Il concorso principale a Cannes inizia ad entrare nel vivo, in questo caso presentando l’opera prima, Yomeddine, firmata dal regista austro-egiziano Abu Bakr Shawky.

La storia racconta di Beshay, un lebbroso, che dopo la scomparsa della moglie, decide di andare alla ricerca delle sue radici, viaggiando su un carro trainato da un asino, insieme ai pochi averi e stracci rimasti. Nell’attraversare l’Egitto, sarà accompagnato da un orfano, Mohammed, nonostante si voglia far chiamare Obama, “come quello in tv”, l’ex Presidente americano, preso subito sotto la propria ala.

Un incontro di profonda amicizia e comprensione che cambierà entrambi.

Ecco piombare la magia di un piccolo e intenso film, girato davvero con pochissimo budget, capace però di incantare (non impietosire) nel (ri)proporci un tema importante, quello della diversità, che è sempre in chi ci osserva e non in quelli che invece, apparentemente, potrebbero manifestarla.

Saranno gli stessi “freaks” infatti, altri amici incontrati per caso, uno storpio, un nano, ad aiutarne le gesta, per trovare la strada giusta, dicendo una delle frasi più belle. “Non dobbiamo provare vergogna, siamo esseri umani come tutti”. E così deve essere.

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