“Per molti anni ho girato film su donne buone, ora ho fatto un film su un uomo malvagio”.

Le poche note di Lars Von Trier, aggiunte alle indicazioni date dal festival su alcune scene molto impressionabili, anticipano il ritorno del figliol cattivo di Cannes, qui Palma d’Oro nel 2000 grazie a Dogville, cacciato anni fa dopo le dichiarazioni filonaziste, ma nuovamente sulla Croisette (fuori concorso) grazie al suo ultimo, straordinariamente allucinato, lavoro, The House That Jack Built, prossimamente distribuito in Italia da Videa.

Ambientato negli Stati Uniti anni ’70, la pellicola narra della parabola – confessione di Jack, un (quasi) perfetto serial killer Matt Dillon, descrivere ad uno sconosciuto, Verge, appena incontrato cinque “incidenti”, come li chiama lui, in realtà efferati ed orrendi omicidi.

Ognuno con modalità diverse, ogni vittima (tra cui Uma Thurman) considerata, dal proprio sguardo, una vera opera d’arte.

Provocatorio, come ci si poteva immaginare, Von Trier tocca il fondo crudele, raggiungendo però il massimo del suo stile lesionista, confezionando una delle cose migliori viste fino ad oggi.

Scene forti (non le sveliamo) e una miscela di grottesco ci portano così in un vortice di emozioni soffocanti, pericolose e difficili da manovrare, che in fondo però non tradiscono ciò che già in passato avevamo potuto vedere, Antichrist su tutti, riguardo ad un autore fuori (in tutti i sensi) dagli schemi, eppure profondamente lucido nel raccontare la violenza dell’animo umano.

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