Dopo pochi giorni dall’uscita del suo primo libro Non è un lavoro per vecchi, Riccardo ne ha già in cantiere un altro e noi siamo partiti proprio da questo per fargli delle domande che potessero raccontarci di lui.

Com’è nata l’idea di scrivere un libro?

Tutti mi chiedevano di scriverlo per raccontare la mia storia e la mi esperienza professionale. Poi sono entrato in contatto con la De Agostini, abbiamo iniziato a ragionarci un po’ assieme ed è nato questo progetto. L’editore ha capito subito che tipo di taglio volessi dare al libro. Non volevo un manuale ma un qualcosa che potesse trasmettere la parte più umana di me e del mio lavoro.

Quale consapevolezza personale ti ha portato a voler raccontare questa esperienza?

Tutta la mia vita professionale, da 7 anni a questa parte, l’ho vissuta senza limiti tra lavoro ed esperienze personali, il che mi ha formato molto e mi ha lasciato un’esperienza molto viva e molto forte. Traggo dalle mie esperienze lavorative dei concetti che credo possano essere utili per tutti quelli che vogliono inventarsi professionalmente e da qui ho sentito che avevo qualcosa da raccontare. Sono anche stato tanto fortunato. Sono sempre stato al posto giusto nel momento giusto e ho sentito di avere la responsabilità di doverlo condividere.

Come ti sembra questa nuova esperienza?

Non pensavo fosse cosi stancante e impegnativa, sarò più preparato per l’uscita del secondo.

Il titolo?

È provocatorio. Non è legato a condizioni anagrafiche ma al non volersi mettere in gioco, al non voler rischiare e al non saper abbracciare il cambiamento. È riferito ai vecchi di mentalità.

Il fenomeno Chiara Ferragni?

Il miglior caso di personal branding degli ultimi tempi.

Un’intuizione fortunata?

Per essere uno dei migliori casi ci vuole la fortuna.

Come ti definisci?

Un imprenditore e inevitabilmente anche uno startupper. Non saprei proprio come definirmi altrimenti, ma chi se ne frega dell’etichetta, di quello che sono e di come mi definisco. Freghiamocene.

Perché?

Perché siamo in un periodo in cui le industrie si stanno amalgamando e tante funzioni si stanno sovrapponendo. Tutti i limiti mentali che c’eravamo prefissati finora si stanno assottigliando. Il bello è non definisci per lasciare spazio all’indefinito e al nuovo.

Quindi pensi sia un bene il fatto che le etichette stiano perdendo valore?

Un bene enorme.

A livello mediatico ti senti un influencer?

Credo che lo sia chiunque, anche chi ha 100 followers ma è capace di influenzarli. Non esiste un confine. Lo inizi a essere nel momento in cui decidi di rendere pubblica la tua comunicazione, i tuoi contenuti. Poi c’è chi lo riesce a fare per lavoro, ma non trovo che ci sia una definizione ancora precisa del termine.

Hanno definito la tua generazione vuota e senza ideali, cosa ne pensi?

Secondo me li sta cambiando. I millennials stanno vivendo un cambio della società radicale e quindi semplicemente stanno evolvendo gli ideali, che non sono più quelli del passato e non per questo vuol dire che li stiamo perdendo. Ne stiamo sviluppato di nuovi e non credo sia una generazione vuota, anzi, trovo che sia sottoposta a una quantità infinita di stimoli che automaticamente li rendono spesso più superficiali, il che rende tutto più complicato.

Che lato caratteriale ti accomuna alla tua professione?

Sono una persona molto socievole e empatica e questo mi aiuta molto considerato che lavoro costantemente con le persone. Ho anche una spiccata propensione alla leadership e mi piace guardare avanti, motivare il mio team e dargli una direzione.

Libertà, coraggio e paura. Cosa rappresentano per te?

La libertà è il valore più importante per me. Ho sempre cercato di tenermi libero da preconcetti, da limiti, da barriere mentali. La mia dose di coraggio ce l’ho forse nell’abbracciare la libertà e nel voler sempre conoscere ciò che non conosco, di voler scoprire. E la paura fa parte del gioco. Spesso temo di non riuscire in un qualcosa ma non si può essere coraggiosi se non si ha paura, altrimenti sarei solo un folle.

I tuoi sbagli?

Ne ho fatti tanti. Dai progetti sbagliarti a startup che non sono mai decollate. In realtà li vedo solo come step del percorso e della mia carriera che per forza deve avere sia degli alti che dei bassi.

Ragione o istinto? Che cosa ti guida personalmente e/o professionalmente?

Sono istintivo professionalmente e riflessivo personalmente. Sono un Gemelli.

Ti sei sposato durante la vacanza a Los Angeles, com’è la vita coniugale?

Ti cambia un po’ il modo di ragionare. Inizi seriamente al pensare in due e non più al dove andremo in vacanza ma al dove prenderemo casa.

Come ha fatto Gabrielle a catturare uno degli scapoli più interessanti in circolazione?

Mi ha conquistato con la testa. Ci conoscevamo superficialmente ma esattamente un anno fa l’ho rivista a Londra, all’Electric su Portobello Road. Abbiamo passato una notte bellissima in albergo da me dove non è successo nulla di fisico. Abbiamo parlato solo di politica e di psicologia perché c’erano le elezioni governative in Francia.

Dove avete preso casa?

A Los Angeles, anche se io tornerò spessissimo qui in Italia.

Hai un posto che ritieni tuo e che ti cattura?

Sono cresciuto all’Isola del Giglio in Toscana. Per me è un posto magico, ho delle memorie che mi legano li.

La moda?

Un meraviglioso connubio tra creatività e business. Non la vedo come arte e non ne sono un fanatico, ma la credibilità è importante e non conta solo il business. Sono così anch’io, ho un lato molto creativo e l’altro molto business. La moda mi permette di dare un pochino di ossigeno ad entrambi i lati.

Cos’altro?

La moto, i viaggi e la musica. Sono un batterista, la suono da quando ho 14 anni e ho avuto diverse band rockettare anche se ora l’ho dovuta un po’ mettere da parte. Ho viaggiato per mezza Europa in solitaria in moto. Ah, sono anche uno sportivo, faccio tutti gli sport acquatici e invernali.

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