Raccontare una storia originale ispirata a un’icona assoluta del videogame contemporaneo, spiegandone allo stesso tempo l’estetica e perfino il funzionamento.

Questa è l’ambizione di Minecraft – L’isola, primo di una serie di sette romanzi ispirati dal gioco campione incontrastato dell’immaginario dell’ultimo decennio (più di 121 milioni le copie vendute), creato e pubblicato dalla svedese Mojang e divenuto fenomeno di costume, di socialità e di intrattenimento globale.

Nel volume uscito per Mondadori, Max Brooks, autore del bestseller World War Z nonché figlio d’arte del regista e comico Mel, prende le mosse da un naufragio alla maniera del classico Robinson Crusoe per dimostrare cosa significa ritrovarsi immersi in un mondo composto di cubi, completamente estraneo a tutto ciò che ci è familiare.

Quasi fosse un manuale dispiegato in racconto fantastico, il libro segue il protagonista mentre cerca di fare i conti con la realtà di quest’isola misteriosa, dal modo in cui si raccolgono i frutti non più con le dita ma con una mano cubica, fino alle tecniche di escavazione e costruzione, come nelle più classiche delle storie d’avventura, per il protagonista fare i conti con le sfide del mondo a cubi cercando di sopravvivere alle sue minacce (come i classici antagonisti del gioco, gli zombie) è una maniera per crescere. Ad aiutarlo, un bovino parlante di nome Mu e la sua fantasia. Se il raziocinio era l’arma segreta di Robinson Crusoe, in questa storia, per cavarsela e ritornare al mondo comune più arricchito, il naufrago deve usare invece  l’immaginazione, motore pulsante proprio dello stesso Minecraft.

Scoprire, creare, costruire, condividere, queste meccaniche tipiche del gioco, diventano allora massime di vita in un universo dove virtuale e reale sono mai stati veramente separati e dove i confini sono quelli infiniti di un sandbox.