U2, Song of Experience, recensione in anteprima di Dario Venturi

Una nuova rinascita

L’esperienza aiuta; sulla lunga distanza però c’è bisogno di giovani leve e il rock sembra averne meno. Così esce il nuovo disco di Bono Vox e compagni. Gli U2 non sono più il combo post punk degli esordi, la creatura new wawe dei grandi successi e la sterzata berlinese di Achtung Baby. Raggiunto l’apice artistico nel 1991, hanno virato verso sperimentazioni pop e difficili ritorno allo spirito originario del quartetto dublinese. Il successo planetario, infine la crisi dello sgradevole “All that you can leave behind”. Hanno cercato di rialzarsi e al terzo tentativo hanno dato alle stampe la loro migliore opera dei tempi recenti, il sorprendente colpo di reni di “Song of Innocence”.

L’album

Oggi esce il nuovo album, peraltro già ideato ai tempi del precedente prodotto. Ci troviamo di fronte ad un mezzo passo falso – e ho amato molto gli U2 – aggravato da aver lasciato i pezzi migliori del disco alla fine, mettendo inizio scaletta la loffia Lights of Home (seconda track) dopo l’interessante prova vocale della prima track “Love is all we have left”. Di positivo infatti c’è la prova di David Hewson, in peggio di un the Edge, incapace di regalarci riff memorabili e gli arrangiamenti tutti sono troppo ampollosi. Troppi tappeti di tastiere. “Red Flag Day” è un discorso a parte, poiché sembra riprendere sonorità del 1981 alla October e pur non esplodendo ha un’epica da primi U2 (Eleven of clock) che non guasta.

Il singolo American Soul è musicalmente trascinante pur essendo un auto plagio, poi abbiamo una “Summer of love” noiosa. “Showman” ci fa pensare a band come Monkeys, Beatles e Shadow con le sue cadenze bit europee. Nel listino appare scanzonata e strana. ”The little things that give you away” è davvero una piccola cosa da dar via. Il singolo principe funziona e forse andava messo ad inizio come title track.

u2

“The Blackout” è la canzone migliore del lotto. Il nostro the Edge imbraccia una rickembacker 330, Adam il suo Streamer Signature e tutto funziona alla perfezione. “Love is bigger than anything” è la risposta positiva ai malesseri esistenziali di Ultraviolet ma non può eguagliarne né la straordinaria forza, né il pathos.

13 – nuova 42 – propone un Bono colloquiale alla “Cedar of Lebanon”, chiude il disco e riprende idealmente le parole di Song for Someone. Parole d’amore. In questo disco Bono è anche politico, ha ritrovato la “Bono Vox” e il songwriting dei tempi migliori, ma a margine di queste note positive, secondo me “Song of Experience” rimane una delusione rispetto al predecessore, stentando a raggiungere la sufficienza. U2 tornati all’orizzonte piatto del penultimo act.
Dagli U2 ci aspetteremmo di più vista l’Esperienza.