L’attesa è finita, anzi il bello (forse) deve ancora venire.

Si è detto a lungo di come il nuovo capitolo di American Crime Story, dedicato all’assassinio di Gianni Versace, potesse non rispecchiare l’anima del designer ucciso il 15 luglio del 1997 a Miami, rigettata, com’è stata dalla stessa famiglia, che aveva sottolineato come lo show, ideato da Ryan Murphy (lo stesso di successi come Glee, Nip/Tuck, Feud, American Horror Story) fosse unicamente un’opera di finzione.

The Assassination of Gianni Versace: American Crime Story — Pictured: Edgar Ramirez as Gianni Versace. CR: Jeff Daly/FX

E da qui bisogna partire, facendo un passo indietro importante. Perché la mini-serie di otto puntate (ogni giovedì su Fox Crime) nasce prendendo spunto dal libro scritto da Maureen Orth nel 1999, Vulgar Favors: Andrew Cunanan, Gianni Versace, and the Largest Failed Manhunt in U.S. History (in Italia uscirà oggi peraltro, edita da Tre60), un testo all’epoca non approvato, ritenuto pieno di falsità e bugie, focalizzato in primis sulla figura di Andrew Cunanan, il killer che sparò al designer di fronte a Villa Casuarina.

Una scena-madre terribile vista subito nella prima puntata, indubbiamente romanzata, immaginata, lo si vede nella colomba (simbolo di pace e candore) intercettare la pallottola, o nell’ex compagno Antonio D’Amico (interpretato da Ricky Martin) soccorrere, tenendolo tra le braccia quasi a ricalcare la Pietà di Michelangelo.

THE ASSASSINATION OF GIANNI VERSACE: AMERICAN CRIME STORY “The Man Who Would Be Vogue” Episode 1 (Airs Wednesday. January 17, 10:00 p.m. e/p) — Pictured: Penelope Cruz as Donatella Versace. CR: Jeff Daly/FX

Eppure, nonostante la realtà sia nota e completamente diversa, tutto ciò colpisce paradossalmente in termini visivi e di tensione narrativa.

Non è il mondo della moda, non è il Versace che ci si aspetta, il Creativo, l’innovatore, semmai, anzi, diventa ulteriore vittima a scapito dei media, dei turisti (qualcuno scatta delle polaroid e le rivende) e del vero protagonista dello show, il suo carnefice, il bravissimo Darren Criss, dipinto immediatamente per ciò è stato, probabilmente.

Un ventisettenne omosessuale, ossessionato dal potere e dallo stilista, ruvido e cinico, tormentato, misterioso, narcisista, manipolatore, in preda alle droghe, invidioso della bella vita, che prima di quel giorno (e del suo suicidio sul suo houseboat) era già indagato di aver ucciso quattro persone, tra il Minnesota e Illinois.

La serie sconfina, delude, bypassa, ricrea, anche in momenti quasi al limite, l’FBI che non sa pronunciare il nome di Versace scambiandolo per il musicista Liberace, o di quando una donna, superando la sicurezza, intinge nel sangue ancora fresco sulle scale una pubblicità di Versace strappata da un giornale.

Tutto e il contrario verrebbe da dire, a molti non piacerà e avranno ragione, forse vorranno scoprirne di più, ma c’è già una bella fetta di pubblico, dall’altra parte pronta a celebrare il tentativo di Édgar Ramírez, un ottimo Versace e soprattutto l’altrettanta magnetica Penélope Cruz, nei panni della sorella Donatella.

The Assassination of Gianni Versace: American Crime Story — Pictured: Penelope Cruz as Donatella Versace. CR: Jeff Daly/FX