A volte capita di aprire gli occhi d’improvviso, con le ciglia talmente tese verso l’alto da stirare completamente la palpebra stile «Arancia Meccanica». Intorno, solo buio. E no, dagli spiragli delle tapparelle non filtra alcuna luce di nessun sole e neppure un barlume di alba ti corre in soccorso per lenire quel senso d’ingiustizia, direi quasi di colpa, che assale quando «è notte alta e sono sveglio». Perché la cosa peggiore non è dormire ma svegliarsi quando non è il momento. Fortunatamente non sono un’insonne cronica ma ho passato periodi in cui dormivo poco o non dormivo ed ero disperata. Poi, ho iniziato a smanettare su Instagram ed è lì, anche se ovviamente sapevo chi fosse, che ho «incontrato» Anna dello Russo. Ebbene, mentre alle 5 e 30 io  mi arrovellavo nel mio disagio, Anna iniziava, tra le prime, a fare le sue stories. Alle 5 e trenta del mattino lei, divina e con un sorriso sfolgorante e uno stato vitale da far invidia al Buddha dorato di Bangkok, cominciava a correre. Sempre! E nel frattempo ti faceva vedere anche il sole sorgere nella campagna di Cisternino intorno al suo trullo con la piscina con il suo logo intarsiata sul fondo, come una vera star. Piscina dove lei si sa sarebbe buttata poco dopo, per una serie olimpionica di bracciate, non senza aver prima fatto la sua quotidiana pratica yoga. «Voglio essere Anna dello Russo» è stato il pensiero che ho coltivato per diverso tempo. E non devo essere stata l’unica, visto che «I wanna be Anna dello Russo» è stata anche una campagna di grande successo sui social che accompagnavano l’uscita del suo libro e la sfilata di moda che lei ha fatto con in passerella una collezione di (suoi) abiti da sogno. Come tutti i grandi (e questa è una cosa che un giornalista impara sempre più) Anna è disponibile, intelligente, rispettosa. Intervistarla è stato un privilegio.

Anna, quando ha iniziato a voler essere Anna dello Russo? 

Penso che ogni persona nasca con incisi i proprio sogni nel suo dna. I miei ricordi da ragazzina sono intrisi della mia passione per la moda. Purtroppo verso la fine degli anni 60 non era ancora un mondo strutturato da immaginarci sopra una professione. Frequentavo il liceo Orazio Flacco di Bari e poi mi laureai in Lettere con una tesi sulla moda. Il mio obiettivo era diventare una giornalista. Venni presa in Conde Nast. C’è un detto in azienda che dice: chi nasce in Conde Nast, muore in Conde Nast. E io ne sono onorata. Sono una condenastiana! Negli ultimi 12 anni ho avuto la libertà, attraverso il brand AdR, di fare consulenze e muovermi come preferisco. Sono molto grata.

Quando si è trasformata in un’icona?

Il decennio 2005-2015 ha decretato un nuovo flusso della comunicazione. Insieme con alcune mie colleghe (Giovanna Battaglia, Chiara Ferragni, Candela) siamo salite sulla giostra. È stato divertentissimo. Si capiva che il web rappresentava il futuro, si stava aprendo un canale potentissimo a discapito, forse, di altri. Quando il futuro trova un suo linguaggio ti ci devi cimentare per forza. All’improvviso la camera si era girata verso di noi, verso quella parte che lavorava dietro le quinte. Il web aveva dato luce al popolo sommerso. Ovviamente entra in gioco anche una parte narcisistica che, soprattutto attraverso la moda, trova facilmente sfogo. Io che adoro i vestiti ho pensato: finalmente li posso far vedere! Ha iniziato a svilupparsi una parte creativa d’intensità pari agli editoriali sulla carta stampata. Le nuove generazioni oggi hanno a diposizione più banchi di prova dove cimentarsi e fare praticantato. Oggi puoi arrivare al giornalismo tramite Instagram. Ho cavalcato inconsapevolmente questo fenomeno, come se fossi stata su Marte. È una fortuna ritrovarsi pionieri di qualcosa.

È emozionante?

Io ho vissuto a cavallo tra il vecchio e il nuovo mondo in un certo senso. Come quando sono nati l’e commerce, la Apple, la Silicon Valley, lo smart phone. Ho fiutato il senso di modernità e rivoluzione.

Perché ha deciso di mettere in atto la ormai storica vendita dei suoi vestiti?

Ero in India a Natale e stavamo facendo il gioco dei «wish». Ho sentito dal profondo il desiderio di smantellare ciò che avevo accumulato. A un certo punto il collezionismo diventa macabro. La parte dei vestiti (custoditi in un appartamento milanese dedicato ad archivio personale) sembrava la più difficile invece mi ha donato un senso di liberazione assoluto. Una parte è andata all’asta da Christie’s e altri li ho venduti a prezzi accessibili on line perché mi piaceva l’idea che le ragazzine potessero indossarli con lo stesso entusiasmo che avevo avuto io (il ricavato è stato devoluto in beneficienza per finanziare borse di studio ndr). Poi è nato il libro (AdR book) e poi è arrivata la Marangoni.

Cosa rappresenta per lei il suo ruolo all’Istituto Marangoni? 

Carla Sozzani, la mia mentore con Emanuela Pavesi, diceva che il nuovo lusso è restituire. Mi interessa rimettere tutto in discussione e portare sui banchi di scuola ciò che ho imparato e a mia volta assorbire dalle nuove generazioni ciò che sta accadendo. Io non penso mai al domani ma sono in grado di seguire il flauto magico del mio istinto. Vivo nel presente. Nel lavoro esprimi sogni, paure, forza: tutto. Diventi un professionista della vita.

La moda è «viziosa»?

La moda come la musica, la letteratura, il teatro sono muse e sorelle di bellezza ed estetica che ci spiegano la vita. Può avere un messaggio positivissimo. Non c’è niente al mondo che sia solo leggerezza. Ma attraverso la leggerezza della moda comprendi gli abissi della vita. Se hai disciplina ci vai a nozze. Da 30 anni nella moda si vive il girotondo di razze e culture che il resto della società sta sperimentando ora, questa bellissima contaminazione. Non ci si deve fermare all’orlo della gonna. Questo è un ambiente in cui s’incontrano tante persone mosse dalla loro passione e dal sogno. L’aspirazione all’estetica non finirà mai. La moda oggi parla di inclusione e inglobazione. È avanti anni luce. Oggi il tema è l’eco friendly ma nei vestiti di Stella Mc Cartney è un concetto presente da 20 anni.

A proposito di disciplina, lei ne è maestra… 

Bisogna combattere per i propri sogni, non si realizzano per caso. Ci sono mille battute d’arresto, c’è la frustrazione. La disciplina è essenziale per sostenere questo percorso. Per me non c’è stata mai cosa più potente dello studio dello yoga. È una filosofia e uno stile di vita. è molto vicino alla moda perché entrambi ti portano, usando la leggerezza, a ottenere posture e messaggi molto difficili. La cosa fondamentale è la flessibilità non la forza. Con la forza ti spezzi, invecchi. Se le cose vanno male devi essere capace di cambiare il tuo punto di vista. E diventare agile e flessibile come un gatto. O come i bambini. 

Come i bambini?

Osservando i bambini capiamo tantissimo. Quando giocano nessuno li può disturbare. Sono nel loro mondo. Ed è lì che trovano tutte le chiavi e le loro soluzioni. Non si stressano come gli adulti.

Quanti sogni ha ancora da realizzare?

Moltissimi e i sogni non finiscono mai. Bisogna però ritagliarsi del tempo per poterli metabolizzare e realizzare. Ecco perché anche ho sentito la necessità di fermarmi e tornare in Puglia (insieme al compagno Angelo Gioia). Ho girato così tanto il mondo che sentivo il bisogno di centrarmi anche fisicamente in un luogo. Almeno per questo momento. Milano è sempre la mia città di accoglienza e adoro Parigi e il Giappone da cui ho imparato tanto. Con la tecnologia posso lavorare da ovunque. Ci sono mille cose che si possono fare e i sogni non hanno tempo né spazio né fine né inizio. Sono in una fase di grande condivisione. E poi mi piacerebbe occuparmi di volontariato. Anche per gli animali.

 

di Francesca Angeleri

Illustrazione Paolo Orlandi
paolorlandi.it