La rivoluzione di Netflix è arrivata. Si chiama Bandersnatch ed è la chiacchieratissima puntata interattiva della serie antologica Black Mirror.

Siamo più che abituati alle logiche del mondo della televisione, in cui si guarda passivamente ciò che qualcun altro ha realizzato per il nostro intrattenimento, e siamo abituati al mondo del video-gaming, in cui le decisioni che prendiamo stanno proprio alla base del divertimento proposto.

L’ultima puntata della serie distopica Black Mirror, presentata a sorpresa lo scorso 28 dicembre, si pone a metà tra queste due realtà, portandoci in uno spazio inesplorato della televisione.
Sono anni che Black Mirror, progetto antologico in cui ogni puntata risulta indipendente dalla precedente, propone ai suoi appassionati un ragionamento sul pericolo sottile della tecnologia sulla società, ma con Bandersnatch l’asticella si è alzata ad un livello completamente diverso.


Se per le passate quattro stagioni la serie prodotta da Charlie Brooker, trasmessa prima da Channel 4 e poi da Netflix, si basava su una – seppur pungente – riflessione passiva, con la nuova puntata i protagonisti di un mondo distopico sono diventati gli stessi spettatori, in grado di cambiare le logiche della narrazione pensata da altri.
Ma, come spiega lo stesso protagonista della puntata in uno dei possibili finali, Bandersnatch ti illude di avere un libero arbitrio che in realtà non possiedi e ti indirizza verso strade diverse ma sempre collegate.
La trama si articola intorno alla figura di Stefan Butler, giovane appassionato di videogiochi che, nel pieno degli anni ’80, lavora sulla programmazione del suo primo videogioco per la società Tuckersoft, colosso del settore. L’infanzia travagliata da un lutto famigliare e gli evidenti problemi mentali lo porteranno a una serie di decisioni di cui sarà proprio lo spettatore il responsabile.


I creatori di Black Mirror hanno rivelato che gli epiloghi della storia sono cinque, più uno segreto e difficilissimo da raggiungere, ma i finali sono effettivamente molti di più. Quando si percorrono strade troppo semplici infatti il percorso di Stefan si interrompe e Netflix suggerisce allo spettatore di tornare a una decisione precedente per cambiare il corso della storia, dimostrando che il libero arbitrio dello spettatore non è assoluto.
Guardando, o forse giocando, a Bandersnatch sono subito chiare le logiche ormai note e apprezzate di Black Mirror: il gusto del tetro, la distopia eccessiva ma allo stesso tempo vicina alla nostra società, la semplice genialità con cui una situazione iniziale riesce a prendere sempre un finale inaspettato. Oltre che nelle ovvie differenziazioni logistiche che l’hanno reso così chiacchierato, la vera rivoluzione dell’ultimo prodotto di Black Mirror rispetto a tutte le puntate delle quattro precedenti stagioni, sta nella sua coerenza a trecentosessanta gradi.

La serie è una riflessione sulla tecnologia attraverso lo sviluppo eccessivo della tecnologia stessa e Bandersnatch è la messa in pratica di questo sviluppo. Lo spettatore si sente onnipotente e si arrabbia quando le sue scelte non rispondo allo schema mentale che aveva immaginato o, ancora peggio, quando i risultati ottenuti portano a un finale inconsistente.
Sono arrivate critiche più o meno velate ai creatori di questo maxi-episodio, Charlie Brooker e David Slade, soprattutto per le evidenti difficoltà di continuità della storia, spesso bloccata da percorsi a senso unico che costringono a riprendere la storia da un punto precedente. È appunto sulla logica del finto libero arbitrio e sulle basi delle scelte negate i creatori costruiscono l’attenzione dello spettatore, alla ricerca del finale più soddisfacente e sempre dubbioso su quello che sarebbe potuto succedere se avesse preso decisioni diverse.
La risposta per chi critica la trama semplicistica e i movimenti narrativi un po’ arrugginiti sta proprio nel diverso approccio alla regia e alla scrittura usato per Bandersnatch che, come nella vita, mette l’accento sulle scelte e non sui risultati.