Un film difficile. La prima cosa da dire su Bohemian Rhapsody, il biopic su Freddie Mercury e sul suo leggendario gruppo, è che è stato un film difficile. Complicato da realizzare, da scrivere, da interpretare, da promuovere e, alla fine, anche da vedere.

Nato e sviluppato come un tributo ai Queen e come regalo per i loro fans, il progetto firmato da Bryan Singer ha avuto un percorso travagliato tra gli ostacoli della vita del suo protagonista e l’intento più celebrativo che documentaristico.

I tanti cambi a livello di produzione a riprese già iniziate hanno ovviamente complicato un terreno già di per sé piuttosto minato. L’annuncio arriva nel 2010 direttamente da Brian May, leggendario chitarrista dei Queen. Si parla di Peter Morgan alla sceneggiatura e di Sacha Baron Cohen come interprete di Mercury. Negli anni si cambia tutto più volte, Morgan viene sostituito dal neozelandese McCarten, la regia viene affidata a Dexter Fletcher, poi a Bryan Singer, poi di nuovo a Fletcher a causa del licenziamento di Singer e, infine, l’accredito della regia verrà dato esclusivamente a Bryan Singer.

Cambia più volte anche l’attore che darà di nuovo vita a Freddie Mercury, dopo il licenziamento di Sacha Baron Cohen. May infatti, convinto che serva un’interpretazione più viscerale della vita e delle ombre del celebre cantante, ingaggia prima Ben Whishaw e poi Rami Malek, che regalerà ai fans un’interpretazione magistrale.


Questi continui cambiamenti non fanno che allungare i tempi delle riprese e, da quell’annuncio di Brian May nel 2010, bisognerà aspettare oltre otto anni per vedere il film prendere finalmente vita e dopo tante chiacchiere l’aspettativa non poteva che essere altissima.

In tanti hanno notato le discordanze con la realtà dei fatti, forse per paura di spingersi oltre i limiti e andare così a pescare quegli atteggiamenti borderline degni di ogni rockstar che si rispetti. Troppo classica anche la loro stessa narrazione che cerca di disegnare la storia personale e quella lavorativa del giovane Freddie, quando ancora non era Mercury, la star immortale, ma solo il figlio di immigrati e il suo nome era Farrokh Bulsara.

La crescita, il declino e la risalita della star dei Queen proseguono sempre di pari passo, regalando allo spettatore la tipica parabola del mito che si consacra dopo difficoltà personali e incomprensioni lavorative. 

Un’interpretazione sensata ma poco originale e per niente viscerale, come se la volontà di non andare troppo a fondo nella vita dei personaggi abbia allontanato il film dalla loro storia reale.

Ma la vera rivelazione sta tutta nel finale, con il concerto iconico e indimenticabile della band al Live Aid, riunita dopo l’abbandono del cantante malato. È il momento di massima realizzazione della carriera del gruppo e allo stesso tempo è ciò che più di tutta la sceneggiatura riesce a raccontare l’anima, il talento e il mito dell’inimitabile frontman dei Queen.