di Maria Lucia Tangorra

“Curon” è la nuova serie originale italiana Netflix, prodotta da Indiana Production, disponibile dal 10 giugno 2020 in ben 190 Paesi. «Si tratta di un supernatural drama in cui mistero, leggenda e realtà si fondono per dare vita ad un racconto capace di trasportare gli spettatori in un incredibile viaggio alla scoperta di se stessi e della propria identità. Un percorso in cui non tutto è come sembra: anche sotto la superficie di quello che conosciamo si nascondono inquietanti misteri» (dalla nota ufficiale). A dirigere i sette episodi troviamo Fabio Mollo (1-4) e Lyda Patitucci (5 – 7).

Curon: sinossi

Anna è appena tornata a Curon, sua città natale, insieme ai suoi gemelli adolescenti, Mauro e Daria. Quando Anna scompare misteriosamente, i ragazzi dovranno intraprendere un viaggio che li porterà a svelare i segreti che si celano dietro l’apparente tranquillità della cittadina e a trovarsi faccia a faccia con un lato della loro famiglia che non avevano mai visto prima. Scopriranno che si può scappare dal proprio passato ma non da se stessi.
Le riprese della serie si sono tenute a Curon (Alto Adige), grazie anche al sostegno di IDM Film Fund & Commission, e in Trentino.

Curon serie

Curon: il cast della serie

I protagonisti della serie sono: Valeria Bilello (Anna), Luca Lionello (Thomas), Federico Russo (Mauro), Margherita Morchio (Daria), Anna Ferzetti (Klara), Alessandro Tedeschi (Albert), Juju Di Domenico (Micki), Giulio Brizzi (Giulio), Max Malatesta (Ober) e Luca Castellano (Lukas).

Curon: le dichiarazioni degli attori in conferenza stampa

Ci parlate di luci e ombre dei vostri personaggi?
Valeria Bilello: quelle di Anna hanno a che fare con la stessa matrice, fatta di istinto e coraggio. Nella prima parte la portano ad andar via di Curon; nella seconda la riportano al paese natio. Le sue contraddizioni stanno proprio nel rapporto coi figli, da un lato li ha voluti, dall’altro non riesce a essere genitore, è come se fossero tre fratelli.

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Margherita Marchio: Daria a primo impatto può sembrare una ragazza un po’ aggressiva e prepotente, vuole segnare il suo territorio. Una delle sue luci è Mauro, il fratello gemello. Ci saranno parecchi momenti nella serie in cui si mostrerà fragile, bisognerà aver voglia di conoscerla. Ha una sorta di corazza e ci tiene alle relazioni che costruisce.

Federico Russo: ho lavorato molto a partire dalla sua sordità. Parlando con Fabio (Mollo, il co-regista, nda) l’idea era di ricreare un Joaquin Phoenix in “The Village“. Più che ombre nel caso del mio personaggio parlerei di paure.

Luca Lionello: è un personaggio un po’ controverso, ma io credo che l’essere umano è una contraddizione che cammina. Ciò che mi porto dentro è la profondità dell’essere padre. Ho approfittato di questa occasione per riflettere sulla paternità. Netflix e Indiana amano tanto quello che realizzano e ci hanno messo in condizioni clamorose. Non da meno è il privilegio di lavorare nella natura, al di là del luogo mitico, il bosco è qualcosa di vivo e potente. Thomas vive una non-vita che si è scelto per proteggere. Per me il cinema è western, mi sono ispirato a John Wayne perché il silenzio nelle montagne racconta molte cose. Sono severissimi, ma sotto quella scorza ti danno tutto.

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Anna Ferzetti: Klara ha un grandissimo senso della famiglia ed è molto inserita nella comunità. È una donna molto generosa, pensa agli altri e ci tiene all’educazione dei ragazzi di Curon essendo insegnante; al contempo è una donna remissiva, teme l’abbandono. Il ritorno di Anna a Curon spezza il suo equilibrio. Aggiungo anche che Curon è stata una location essenziale.

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Alessandro Tedeschi: Albert è diviso assolutamente in due, le sue responsabilità (luci) si vanno a contrapporre a quelli che sono i suoi desideri (ombre). Vuole fare qualcosa di superbo: rivivere il proprio passato e perciò trascura anche il proprio nucleo familiare. Quando c’è il passato che vuole mettersi al posto del presente, il futuro diventa incerto.

Juju Di Domenico: è una ragazza di sedici anni, apparentemente molto semplice e solare, gentile e aperta. Pian piano dovrà fare i conti con una piccola parte di sé.

Giulio Brizzi: l’audacia con cui affronta determinate situazioni. Per me è stata una grande sfida confrontarmi con questo ruolo. Vive in un quadro familiare che non sente più tanto giusto, prova una grande avversione verso la propria famiglia – specialmente con una delle due figure genitoriali – allo stesso tempo ha voglia di controllare tutto il suo ambiente e fa emergere un lato aggressivo.

Luca Castellano: Lukas è un ragazzo molto fragile, che tende nella vita a rispondere in modo passivo. Questo suo bisogno di affetto farà emergere la sua parte più nascosta, ovvero la rabbia verso se stesso.

Com’è stato lavorare con Netflix?
V. Bilello: avevo già avuto occasione in una precedente produzione internazionale. Questa è stata un’esperienza più interessante perché ho partecipato sin dal pilot eD è stato emozionante vederlo crescere.

M. Marchio: bellissimo tanto più a diciannove anni e poi in una serie così innovativa.

A. Ferzetti: non vedevo l’ora di lavorare con Netflix, seguo con le mie figlie i vari generi proposti da questa piattaforma e ultimamente stanno investendo tanto in Italia. Per noi attori è importantissimo essere esportati all’estero. L’idea che dal 10 giugno alle h 9 arriveremo in 190 Paesi è fondamentale.

A. Tedeschi: io avevo già lavorato con Netflix per il film di De Maria; in un momento in cui ci troviamo in un baratro di luce, in un secondo esser visto da tante persone è magia pura. In più Netflix ti dà la possibilità di sperimentare.

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J. Di Domenico: Netflix è la prima grande produzione con cui lavoro.

G. Brizzi: è già una piccola vincita con me stesso poter intraprendere questo percorso e sono contentissimo di aver potuto conoscere attori esperti e tanti talenti e va dato merito al casting per aver scelto questa varietà. Netflix porta sempre delle storie diverse e speciali, poter appartenere a tutto questo è una grandissima soddisfazione.

L. Castellano: lavorare con Netflix è stato pazzesco essendo la mia prima esperienza professionale. Mi sono ritrovato in un mondo che non conoscevo e da cui ho potuto attingere.

Come pensate che verrà accolta questa serie?
V. Bilello: ha un’immagine potentissima che è quella del campanile così come le atmosfere. Le aspettative sono alte e penso che all’estero attrarrà molto.

Qual è stata la cosa che più vi ha affascinato?
A. Ferzetti: per me è stato fondamentale vivere con gli abitanti, capire i loro ritmi. Il senso del tempo ti cambia.

G. Brizzi: è stato strano ritornare alla nostra normalità. Rientrai a Termini quando ci hanno dato una pausa ed ero stravolto da quanta frenesia ci fosse. Entrare in quel ritmo diverso e di attimi più pieni è stato di aiuto per affrontare questi personaggi.

Per Alessandro Tedeschi: Albert si può considerare l’eroe tragico?
In qualche modo sì. Per amore della verità e di scoprire qualcosa di sé, è disposto ad andare fino in fondo e poi cerca di mettere la sua famiglia a riparo da se stesso.

Per Anna Ferzetti: da insegnante affronti il discorso della trasformazione da lupo gentile a cattivo, come ci hai lavorato?
Mi sono posta determinate domande, elencandomi cose positive e negative e ho cercato di rispondervi.

Come siete stati accolti dalla popolazione di Curon?
F. Russo: inizialmente in maniera ambigua. Alla fine bene, ma ci è voluto tempo per ambientarsi.

L. Castellano: mi viene da fare un paragone con Minervino in Puglia. C’è sempre l’atteggiamento di curiosità nei confronti di chi viene dalla grande città. Siamo stati più noi ad abituarci a loro che viceversa.

Per Russo: tu e Margherita siete molto convincenti come fratelli, come avete costruito questa credibilità?
F. Russo: Con le prove svoltesi ad agosto per ben un mese, anche con gli altri del cast.

M. Morchio: con Tatiana Lepore e Sara Sartini abbiamo realizzato delle prove essenziali. Loro oltre a essere gemelli, hanno un rapporto di estrema complicità. Abbiamo cercato di toglierci qualsiasi pregiudizio.

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Recitare è vivere una parte più nascosta di sé?
A. Ferzetti: assolutamente sì. Io avevo paura all’inizio del doppio regista, ma solo per un mio fatto personale, e faccio i complimenti a Fabio e Lyda perché si sono amalgamati e sono stati fondamentali per noi attori.

V. Bilello: non era la prima volta che tiravo fuori un personaggio villain; nel mio caso è stato interessante anche il cambio di registri. A volte voleva sembrare bianco, altre nero, attraversando dei grigi.

Curon conferenza stampa: le dichiarazioni di sceneggiatori, registi e produttori

Il primo a introdurre il discorso della sceneggiatura è Giovanni Galassi, il quale racconta: «Ilaria Castiglioni (manager serie originali italiane di Netflix) e Daniel Campos Pavoncelli (produttore Indiana Production) erano in cerca di un’idea seriale per Netflix. In questo caso partire da un’atmosfera è stato fondamentale perché ci ha permesso di arrivare subito a Curon – è stato Tommaso Matano a sottoporlo alla nostra attenzione. Questa cittadina è sia di impatto visivo sia include il tema dell’identità (quella italiana e tedesca) che della doppiezza. C’è stato un anno e mezzo di lavoro durissimo, però sempre tenendo al centro il luogo».

Per Ezio Abbate (head writer): qual è l’identità di Curon?
È una serie che potremmo definire dramma, dramedy, supernatural, thriller, comincing of age. Ci è sembrata sin da subito una grandissima scommessa. Nessuno di noi quattro aveva mai scritto un horror. Nessuno sapeva come sarebbe andata a finire quest’avventura. La storia l’abbiamo fatta partire dal luogo e dalla leggenda (in alcuni momenti dell’anno ad alcune persone può capitare di sentire delle campane, che non ci sono all’interno del campanile), poi è arrivato il thriller e tutti gli altri generi.
Man mano che spezzavamo il plot abbiamo visto crescere sotto di noi il mondo dei personaggi. Per noi è stata un’avventura molto spericolata, ci auguriamo che i risultati ci premino.

Per Ivano Fachin (altro autore): come mai la direzione del sovrannaturale si era un po’ persa in Italia…
Come spettatori il supernatural, l’horror, il mystery sono generi che amiamo. Come autori abbiamo voluto cimentarci, è una sfida perché il nostro è un prototipo e vorremmo che si ri-radicasse nel nostro Paese. Poi permette di affrontare temi universali, le possibilità sono enormi sia per il pubblico che per noi come settore creativo.

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Per Tommaso Matano (co-sceneggiatore): andrà in onda in 190 Paesi, vi ha influenzato?
Probabilmente ci sta arrivando addosso adesso perché come ha detto Ezio c’è stata un’allegra incoscienza. Il nostro intento era quello di riuscire a dar vita a un racconto culturalmente specifico (quindi non derivativo da altre culture visive), senza però fare i campanilisti.

Per i registi: cosa ha comportato girare in un posto così?
Fabio Mollo: già nella lettura del primo episodio ho sentito quanto il luogo avesse un ruolo e avevo fantasticato sul rapporto tra la storia ideata e la natura. Niente, però, di immaginabile rispetto a quando con Lyda siamo arrivati in loco. Durante il primo sopralluogo, fatto a maggio, ha cominciato a nevicare ed è lì che abbiamo compreso come la natura fosse la vera governante delle vite dell’uomo e di conseguenza dei nostri personaggi. Desideravamo che il mistero stesso che la natura nasconde diventasse protagonista e questo è molto connesso con i nostri protagonisti. Ognuno di noi ha una parte nascosta e spesso corrisponde all’istinto animale di sopravvivenza.

Lyda Patitucci: lavorare con Fabio è stata una grandissima fortuna, siamo persone diverse e al contempo compatibili. Ci siamo sempre considerati come i primi e migliori alleati insieme alla produzione. Il cuore pulsante di questo progetto sono la storia, i personaggi e la natura, con quest’ultima che a volte viene ingabbiata dall’uomo, altre si ribella.

C’è stato un grande lavoro di effetti speciali…
L. Patitucci: abbiamo voluto mescolare diverse tecniche, appoggiandoci su basi concrete e sceniche. La natura viene messa in scena e simboleggiata da uno dei nostri personaggi, un lupo. Abbiamo desiderato farlo non solo con molto rispetto, ma anche con consapevolezza verso i ritmi degli animali.

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Come avete vissuto la parte produttiva?
Daniel Campos Pavoncelli: avevamo molto chiaro il prodotto. Non avevamo mai lavorato con alcuni talenti presenti, è una serie molto ambiziosa rispetto a tutto ciò che avevamo realizzato in precedenza.

Come si posiziona “Curon” nel panorama delle produzioni Netflix?
Ilaria Castiglioni: è il nostro primo supernatural, un prodotto nuovo rispetto all’offerta italiana. È una storia che presenta punti cardine della nostra offerta come l’identità. Tutti i personaggi compiono un viaggio in se stessi. Il genere aiuta a connettersi con il pubblico. È stato interessante vedere le reazioni col lancio della locandina (quella col campanile): immediatamente ti suscita la domanda su cosa ci sia sotto il lago. Altro elemento di continuità è quello di dar fiducia a voci nuove.

Agli sceneggiatori: come vi siete rapportati alla scrittura dei personaggi più giovani?
G. Galassi: senz’altro la narrazione teen è una delle più scivolose, ma per fortuna abbiamo subito individuato dei conflitti base chiari.

Per i registi: il campanile del lago di Resia ha un ruolo?
F. Mollo: è un po’ il demiurgo del mistero della nostra storia, oltre a essere un elemento visivo e sonoro molto importante. È stato fatto un grandissimo sforzo da parte di Indiana e di Netflix per girare nelle location vere e non è stato semplice stando a più di duemila metri con una troupe; questa però è stata una decisione che premia il racconto sia sul piano visivo che per l’immersione degli interpreti.

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L. Patitucci: il campanile è un simbolo anche di una storia che c’è stata e che ha avuto un impatto molto violento su quella comunità, di cui noi raccogliamo un respiro, una sensazione. In generale il lago di Resia è qualcosa di fortissimo, da un lato noti la violenza dell’uomo che lo ingabbia con una diga artificiale e dall’altro è circondato da un paesaggio unico.

Qual è stata la scena più complessa da girare?
F. Mollo: tutte, alcune erano molto difficili perché dovevamo lavorare con il lupo, altre attorialmente e altre ancora per le location. Abbiamo girato di notte anche a -10°.

L. Patitucci: io me le ricordo con difficoltà crescente. È stato molto impegnativo riuscire a far coincidere il lavoro con gli attori con quello più tecnico degli effetti speciali. Abbiamo avuto un gruppo di attori che non si è mai risparmiato in niente. C’è stato un lavoro di casting sicuramente lungimirante.

Per il produttore di Indiana: la comunità locale ha accolto positivamente l’idea?
È stata molto amichevole, chiaramente c’era curiosità nei nostri confronti.

Per I. Castiglioni: non temete che il pubblico possa sentirsi escluso visto che ci sono dei teenagers come in altre vostre serie?
Io ritengo che “Curon” possa attrarre diverse fasce d’età. I nostri giovani vengono costretti dal plot ad affrontare tematiche adulte.

Qual è il ruolo della colonna sonora?
Ezio Abbate: la musica è stato uno dei nostri primissimi pensieri, che non significa riempire un vuoto, ma trovare quella giusta rispetto alle tantissime anime previste in “Curon”. La nostra parola d’ordine è stata l’entertainment e volevamo andare incontro agli spettatori pure nei momenti più orrorifici.

Per Pavoncelli: cosa vi ha spinto a dedicare la serie alle vittime del Covid?
Noi siamo come produzione a Milano quindi abbiamo avvertito molto questa situazione e abbiamo dovuto interrompere in alcuni momenti durante la postproduzione. L’impatto che ha avuto non solo nella nostra regione ma in tutta Italia è stato forte e ci è sembrato giusto dedicarlo alle vittime.

Ci sarà una seconda stagione?
Pavoncelli: in quanto spettatore mi auguro di sì.

Castiglioni: stiamo concentrati sulla prima stagione, vedremo, ma mi fa piacere che ci si ponga la domanda.