di Maria Lucia Tangorra

“Doppio sospetto” ha tutte le carte in regola per lasciare il segno all’interno della storia del cinema belga e non solo. Lo scorso 1° febbraio ha conquistato ben 9 premi Magritte (l’Oscar del Belgio), sconfiggendo a sorpresa “L’età giovane” dei fratelli Dardenne e diventando il film che ha ricevuto più riconoscimenti nella storia del prestigioso premio.

Effettivamente, si tratta di un lungometraggio che ha la fortuna di cominciare da un forte punto di partenza: il romanzo noir realizzato da Barbara Abel (affermata autrice belga), la quale ha innata una scrittura talmente efficace da far pensare a Hitchcock per la suspense che riesce a creare e Olivier Masset-Depasse (anche lui belga), complice pure l’ottimo cast, è stato abilissimo nell’assecondare proprio questo mood.

Siamo «all’inizio degli anni Sessanta, Alice (Veerle Baetens) e Céline (Anne Coesens) abitano in due case a schiera gemelle e sono legate da una grande amicizia, che le porta a condividere ogni cosa. Questa armonia perfetta si spezza il giorno in cui Alice assiste, impotente, alla morte accidentale di Maxime (Luan Adam), il figlio di Céline. Accecata dal dolore, Céline rimprovera ad Alice di non aver fatto il possibile per salvare suo figlio e sembra meditare una sconvolgente vendetta…» (dalla sinossi ufficiale).

Dopo la lettura del romanzo, Masset-Depasse ha dichiarato che in quel momento stava cercando «un soggetto profondamente umanistico trattato come un film di genere, una tragedia raccontata nella prospettiva di un thriller psicologico. Ho voluto spostare l’azione negli anni ’60 sia per la loro estetica fiammeggiante, capace di creare un intrigante contraltare all’azione dei protagonisti, sia per evitare una presenza troppo invadente della tecnologia. Ma avevo anche bisogno di girare un film che non fosse fortemente calato nel contemporaneo come i miei precedenti. Prima e durante le riprese ho guardato in continuazione i film di Hitchcock e Douglas Sirk, ma anche di David Lynch, tutti grandi maestri a cui abbiamo provato a ispirarci. In molti dicono che il mio approccio al cinema ha un taglio americano, ma in realtà ho sempre puntato a unire la forza narrativa del cinema americano al realismo e alla complessità dei personaggi del cinema europeo» (dalle note di regia).

Il titolo originale del film, “Duelles” è stato reso in italiano con “Doppio sospetto”, che in qualche modo quasi vuole suggerire al pubblico un indizio. In realtà, però, Alice e Céline mettono in campo un duello, sottile, fatto di esplosioni di parole, ma anche di non detti, di messe in scena che vogliono depistare e di altre ideate ad arte.

La platea di turno, anche se inizia a credere al primo sospetto – se così si può chiamare (perché non vogliamo svelarvi troppo) – espresso dalla stessa Alice, parallelamente, come ogni thriller che si rispetti, viene anche depistata o forse in cuor suo non vorrebbe pensare che sia così. In fondo stiamo parlando di un’amicizia tra donne, che in alcuni casi viene anche definita sorellanza. Qui Olivier Masset-Depasse e Giordano Gederlini, in collaborazione con François Verjans (autori della sceneggiatura), rispettando l’originale, scardinano l’ideale e ci fanno toccare con mano, con quell’asciuttezza che può rivelarsi uno schiaffo più forte di quello fisico.

Doppio_sospetto

Cosa può esserci dietro l’odio? Quali sentimenti possono scatenarsi di fronte a una morte inaspettata? Sembrerà una coincidenza, ma ci fa piacere ricordare che l’autrice ha esordito con un’opera intitolata “L’istinto materno” e in “Doppio sospetto” si può dire che lo vediamo applicato con diverse prospettive e obiettivi.

«Può passare il senso di colpa, ma il dolore resta» ascoltiamo a un tratto. Una battuta che diventa anch’essa una traccia per decifrare questi personaggi soprattutto sul piano psicologico.

Il regista di “Illegal” (ha ricevuto una nomination per il César) aveva già dimostrato una certa attenzione nei confronti della relazione madre-figlio, ovviamente qui declinata diversamente e anche con sfumature che toccano la morbosità. La linea del duello-scontro la esplicita molto bene Olivier Masset-Depasse: «Due donne, due madri, due migliori amiche. Alice ha una mente molto attiva, Céline ha un’incredibile forza di volontà. Le loro famiglie sembrano specchiarsi l’una nell’altra, tanto più che vivono nella stessa villa bifamiliare, quindi in due case gemelle (non è una scelta casuale perché è come se fossero speculari e talmente unite da potervi accedere con la chiave o da un buco nella siepe, ma non è così nel profondo. È come se la casa bella, unita, apparentemente senza confini e da ‘tutti insieme appassionatamente’, diventi di per sé una trappola, nda)».

Doppio sospetto

«Questa villa ha un ruolo molto importante nel film e non è stato facile trovarla, poiché ha una leggera asimmetria architettonica, che non si intuisce immediatamente ma che crea nello spettatore un senso di disagio e inquietudine. Un altro elemento fondamentale nel creare l’atmosfera complessiva del rapporto tra le due protagoniste è la musica: il compositore Fréderic Vercheval ha scritto una partitura straordinaria, che funziona nel film come una sorta di ‘quarta dimensione’, capace di esprimere in profondità quello che la storia, la regia e gli attori non possono raccontare».

Proprio come nelle opere dei maestri che ha citato, la musica – in particolare in alcuni punti – crea un effetto o di straniamento o di grande suspence, arrivando anche a spiazzare il pubblico, che non sempre riesce a intuire la prossima mossa. Lo straniamento arriva come un pugno nello stomaco proprio per la glacialità di alcuni momenti, non si insiste sul dramma (e tanto più sul melodrammatico) in linea come coi lungometraggi ambientati all’epoca.

La paura cresce pian piano in Alice la avvertiamo sia per la straordinaria e credibile interpretazione dell’attrice che la incarna (indimenticabile la sua Elise in “Alabama Monroe”); ma anche grazie alle inquadrature proprie del genere. Guardiamo attraverso i suoi occhi, nutre delle sensazioni di minaccia che esterna al marito; spiazzano i primi piani in cui si legge profondamente il timore di perdere suo figlio (e non solo) e il suo non poter ‘controllare’ l’altro. Rallenti, uso dei fuochi ben calibrato per nutrire il climax della tensione così come il gioco con gli specchi contribuiscono a confezionare un thriller che vi lascerà col fiato sospeso fino alla fine, ponendo al centro la donna, con tutta la sua forza, ma anche impotenza (e anche qui non aggiungiamo troppo perché ve ne consigliamo la visione).

doppio sospetto

Vi segnaliamo una studiata e significativa scena chiave (arriva verso la fine) in montaggio alternato in cui la coppia costituita da Alice-Simon (Mehdi Nebbou) ha un momento passionale in vista del futuro, mentre Céline sta ideando altro.

La conclusione non sarà come ve la immaginereste e proprio questo porterà ad uscire dalla sala disorientati, col sangue raggelato perché forse qualcuno degli spettatori spererebbe ancora che si percorresse una strada; invece qui sembra proprio che la via di scampo (se così si può chiamare) sia quella meno auspicabile e maggiormente agghiacciante rispetto a come dovrebbero andare le cose nella vita vera (o almeno rispetto a come le immagineremmo).

Curiosità: Barbara Abel ha firmato il contratto per un’altra trasposizione, questa volta hollywoodiana, che vedrà per protagoniste Jessica Chastain (la quale ha notato il film di Masset-Depasse alla prima assoluta all’ultima edizione del Toronto Film Festival) e Anne Hathaway.