di Ida Papandrea

Abbiamo fatto quattro chiacchiere con l’artista Max Papeschi, all’indomani della sua personale sanremese, per parlare, tra progetti presenti e futuri, delle nuove censure del web. 

Mentre scriviamo, Max Papeschi è appena tornato da Sanremo. La città dei fiori, in occasione del Festival Internazionale UnoJazz&Blues, è stata scenario della personale Game Of Walls, continuazione – evoluzione di Welcome to North Korea, progetto itinerante che l’artista sta portando in giro da tre anni. Installazioni, performance, foto e video: se nel precedente Welcome to North Korea, Papeschi si fregiava ironicamente del titolo di ambasciatore del paese, per dissacrarne la politica assurda di Kim Jong, nel nuovo progetto multimediale Game of Walls a tenere compagnia al dittatore arriva un’altra figura ingombrante, quella di Donald Trump. Un incontro scontro, anche questo raccontato alla maniera di Papeschi, mettendone a nudo il ridicolo senza peli sulla lingua. Un grottesco testa a testa che pone al centro il muro, nella sua doppia sfaccettatura, in un gioco di parole che riprende Game of Thrones, la celebre serie tv: quello che Trump vorrebbe erigere per tenere “Gli estranei” messicani al di fuori del territorio USA, quello che invece il dittatore coreano vorrebbe erigere, rovescio della medaglia, per tenere i suoi sudditi al di qua di un muro che oggi divide in due quella che una volta era un’unica nazione.

Papeschi riprende la farsa mediatica inscenata dai due, trasformandoli nella versione ridicolizzata di figure mitologiche e personaggi storici, dal Gesù dell’Ultima Cena alla Venere botticelliana, passando per divinità, status symbol contemporanei e pezzi di culto, in un gioco al rilancio tra i due che ne svela tutta la tragicomica caducità. E siccome Max adora giocare alle scatole cinesi, “Non potevo avere location migliore del Forte di Santa Tecla, che ha ospitato la mostra: un ex carcere. Un luogo di detenzione insomma, perfetto per fare il verso alle gabbie, quella in cui Kim Jong tenta di tenere chiusi i suoi sudditi, quella che Trump vorrebbe costruire intorno ai messicani. E prima ancora, Santa Tecla era un fortino: l’unico fortino che avesse i cannoni che miravano non all’esterno, ma alle mura della città, per essere utilizzato contro le insurrezioni del popolo genovese”. Come a dire, imploderemo? La nostra società si sta autodistruggendo? Beh, potrebbe essere. 

 

Un tema tosto, affrontato con irriverenza, come piace fare all’artista, regista e attore milanese, appassionato di storia moderna e che dalla stessa parte per stravolgerla, tra iperrealismo e pop, stereotipi e archetipi della società contemporanea, in una forma d’arte che ne mette a nudo le brutture con amara ironia.  Un teatro dell’assurdo, che Papeschi sa dirigere con maestria: d’altro canto, non potrebbe essere altrimenti per uno che arriva dal teatro arriva, vanta una carriera come regista e si è trovato artista per uno strano gioco delle parti. Una carriera che si basa sul paradosso stesso, insomma. 

Classe 1970, Max Papeschi ha frequentato l’accademia Paolo Grassi ed ha cominciato a lavorare tra teatro, cinema e tv praticamente da subito. Ma sarà un momento di crisi a lanciarlo nel firmamento dell’arte. Suo malgrado. “Avevo appena girato un film che non sarebbe mai uscito: il che, per un regista, è peggio di un flop al botteghino. Anche la puntata pilota di un programma tv progettato nello stesso periodo, non aveva incontrato il favore dei produttori. Insomma, un periodo di merda”. A fare da cuscinetto alle insoddisfazioni arriva MySpace. Nell’esplosione della piattaforma, Papeschi ci vede lungo e decide di giocarsi il tutto per tutto, pubblicizzando nella spazio virtuale un ipotetico spettacolo teatrale, prima ancora di scriverlo. Crea una serie di collage dissacratori con Photoshop e le mette in rete. Roland McDonald che imbraccia un fucile, Topolino versione nazi. Immagini forti, che prendono in giro la società contemporanea e lo fanno utilizzando gli stereotipi della pop art. Immagini che vengono inevitabilmente notate. Papeschi viene contattato da un gallerista e, tra il serio, il faceto e un talento innato, incomincia un nuovo capitolo della sua vita. E’ nel 2010 che il suo nome rompe gli argini dell’arte e diventa pop-olare a tutti gli effetti: in Polonia, espone un collage che diventerà il più contestato e il più famoso. Una donna nuda, con il volto di Topolino, sullo sfondo un’enorme svastica.  

Viene da chiedersi che risonanza allora avranno oggi queste opere, con un traffico virtuale ormai portato all’ennesima potenza. “E invece no”, Max su questo è secco. “Sembra anche questo un paradosso, ma i social hanno ucciso la comunicazione, l’arte, tutto ciò che è virale“. Maggiore utilizzo, maggiore sviluppo dei social ha voluto dire maggiori censure. Prima, quando tutto si muoveva nel sottobosco, la libertà di espressione era massima, il web era un posto realmente senza freni. Poco tempo fa invece, un mio lavoro che rappresenta una Madonna in un cielo coperto di svastiche, è stata segnalata prima di subito. E poi c’è la questione algoritmi, difficile se non impossibile, che un contenuto in qualche modo non sponsorizzato, riesca a emergere e diventare virale.

Quindi, dopo le nove personali del 2019, cosa si inventerà il nostro Max per evitare che – parole sue – “Il pubblico si stufi”? Lui, al solito, non ha voluto rivelare niente. Ma ci ha caldamente consigliato di stare a guardare.