di Maria Lucia Tangorra

«Buonasera a tutti, siamo nel 1958, l’Italia è già da un po’ uscita dalla guerra […] i ricchi son sempre più ricchi e i poveri son sempre più poveri. Il Paese fa fatica»… è con queste parole che la platea di turno viene accolta per essere immersa in “un altro tempo”, quello de “I Soliti Ignoti” (adattamento teatrale curato da Antonio Grosso e Pier Paolo Piciarelli – fedele seppur con qualche lecita licenza -, tratto dalla sceneggiatura di Mario Monicelli, Suso Cecchi D’Amico, Age & Scarpelli).

Il punto, però, è che per quanto siano trascorsi ben 62 anni dall’ambientazione di questa storia, possiamo trovare delle forti assonanze ancora oggi e paradossalmente (e dolorosamente) anche con ciò che stiamo vivendo proprio in questo periodo. Il Paese fa fatica nel 2020 a causa del Coronavirus (e non solo); allora si era usciti da poco dalla Seconda Guerra Mondiale, tutto era da ricostruire, eppure forse c’era uno spirito differente. «La povertà del dopoguerra è una piaga che resiste ancora oggi, sebbene in altre forme, in tante zone d’Italia, voglio restituire a teatro l’urgenza sentita dai personaggi di superare la miseria che li affligge, insieme alla vitalità indistruttibile e alla magia di un’Italia passata verso la quale proviamo nostalgia e tenerezza», ha affermato Vinicio Marchioni che ne cura la regia, oltre a essere un interprete impeccabile (dà volto a Tiberio Braschi che fu di Marcello Mastroianni nel film di Monicelli) e di cui si avverte tutta la partecipazione al progetto (prodotto da Gli IpocritiMelina Balsamo).

Avvicinarsi a un cult come questo, uno dei simboli della commedia all’italiana, che ha segnato la Storia del Cinema, può far tremare i polsi. «Ci sono dei film che segnano la nostra vita e “I Soliti Ignoti”, per me, è uno di questi. Come uomo mi sono divertito e commosso di fronte alle peripezie di questo gruppo di ladri scalcinati. Come attore mi sono esaltato davanti alla naturalezza con cui recitano mostri sacri come Mastroianni e Gassman. Come regista ho amato il perfetto equilibrio con cui Monicelli rende un argomento drammatico in modo leggero. Così l’idea di curare l’adattamento teatrale del film mi ha immediatamente conquistato», ha dichiarato il regista reduce del successo di “Uno zio Vanja”.

Al centro troviamo le gesta maldestre ed esilaranti di un gruppo di ladri che devono inventarsi la qualunque per sopravvivere (architettando un furto a un Monte di Pegni periferico) e lo fanno anche con dignità pure quando cercano di “fregare” l’altro. Uno dei primi punti a favore che si tocca con mano sin da subito è il gruppo affiatato di interpreti che Marchioni è riuscito a mettere insieme, senza mai voler imitare gli originali, a parte Giuseppe Zeno che nell’intonazione ricorda Vittorio Gassman (in uno dei suoi ruoli più celebri, quello di Giuseppe Baiocchi, detto “Peppe er Pantera”) quasi a volerlo omaggiare (nelle repliche al Teatro della Pergola, in programma fino all’1 marzo, questo personaggio sarà incarnato da Massimo De Santis – ciò avverrà anche in qualche altra occasione).

Chi conosce l’opera cinematografica sa già il plot; in caso contrario non vogliamo svelarvelo troppo in dettaglio – vi anticipiamo solo che stanno cercando di fare un colpo (o come dicono loro «sgobbo») per poter risollevare le proprie sorti, ma non essendo esperti qualcosa accadrà.

Augusto Fornari è il Cosimo Proietti di Memmo Carotenuto, Salvatore Caruso è il Pierluigi Capannelle di Carlo Pisacane, Vito Facciolla è il Michele Nicosia detto “Ferribotte” di Tiberio Murgia, Antonio Grosso è il Mario Angeletti di Renato Salvatori, Ivano Schiavi è il Dante Cruciani di Totò (precisiamo che giustamente gli conferisce una propria cifra, allontanandosi dalla gestualità e dai modi irripetibili del Principe della risata), Marilena Annibali interpretata il doppio ruolo di Carmelina Nicosia, che fu di Claudia Cardinale, e di Nicoletta, che fu di Carla Gravina.
Ognuno di loro ha delle peculiarità che li caratterizzano (compresi gli intercalari), senza contare quanto faccia ancora pensare oggi la condizione che vive Carmelina Nicosia, controllata da suo fratello, chiusa nella gabbia (neanche d’oro), da cui, a suo modo, tenta di volare.

Tanto di cappello a chi si è voluto cimentare con questa commedia all’italiana sul palcoscenico, senza far sfigurare l’originale, anzi se si può azzardare (senza esagerare), è come se quelle persone (ci risulta davvero difficile chiamarli personaggi per quanto ciascuno di loro abbia dei precisi caratteri) rivivessero davanti ai nostri occhi: per chi li ha visti sullo schermo è come se uscissero, e per gli altri è come se si venisse richiamati a pensare che siano la gente che ci passa accanto (e di cui – forse – non ci accorgiamo).

L’adattamento drammaturgico, la regia e la compagnia di attori sono riusciti a rendere onore a quella leggerezza profonda (spesso cinica) di Monicelli, senza dimenticare le punte di dramma (anche la morte fa capolino – degna di nota, in particolare, la messa in scena del monologo di Cosimo) e l’amicizia-solidarietà che si crea tra gli uomini. Si ride e davvero di gusto, merito anche della complicità nata tra loro. Ogni spettatore è (com)partecipe e ci si alza dalla poltroncina di velluto con quell’amarezza che la sana e fatta bene commedia all’italiana sapeva comunicare. Questo spettacolo fa tornare la voglia di riscoprirla, non solo per quelle sane risate che ci permetteva di fare, ma anche per quel sapore di verità per cui il pubblico non si sentiva preso in giro, ritrovandosi a ridere di sé, rifletteva anche e questa peculiarità è rimasta intatta nella pièce diretta da Marchioni.

D’impatto la scena (di Luigi Ferrigno) volutamente non realistica: sullo sfondo una foto dell’epoca che ben ritrae la desolazione di Roma, una struttura metallica su tre lati con una base (che diventa quasi un altro palcoscenico) in cui gli attori si muovono con agilità, talvolta anche aggrappandosi (proprio come si fa con la vita). Al contempo è come se ci volesse dire sì siamo nel 1958 ma non solo, per cui nulla deve essere una replica di allora, se non probabilmente la strada (il proscenio) e i costumi realistici (intrisi della dignità si quegli uomini) di Milena Mancini che richiamano quegli anni. Ad esaltare i toni della commedia, ma anche i cambi di scena e di registro, puntando gli accenti laddove servono, ci pensano pure le musiche di Pino Marino (e la fisarmonica quasi entra come un loop in testa).

Potrebbe apparire una forzatura ma quando assisterete al finale de “I Soliti Ignoti” (che si conclude prima del film) – con una malinconia che stringe il cuore – vi potrebbero venire in mente queste parole «che vuoi farci, bisogna vivere! Noi, zio Vanja, comunque vivremo. Vivremo una lunga, lunga serie di giorni, di lunghe serate; sopporteremo con pazienza le prove che il destino ci manderà; […] ci volteremo a guardare le nostre disgrazie di oggi con tenerezza, con un sorriso… e riposeremo» pronunciate intensamente da Nina Torresi nell’allestimento di “Uno zio Vanja” diretto da Marchioni.

È come se ci fosse un filo rosso, certo parliamo di storie e registri diversi, eppure quel «bisogna vivere!» torna e deve ritornare – nel caso de “I Soliti Ignoti” recuperando ironia e leggerezza e provando a scacciare il gusto amaro.

«Spero che gli spettatori possano uscire dal teatro con gli stessi sentimenti che provo io dopo una visione del film: divertiti, commossi e perdutamente innamorati di quei personaggi indimenticabili» e noi non possiamo che condividere e rilanciare questo augurio dell’artista.

I Soliti Ignoti” (visto al Teatro Alfieri di Torino) sarà in tournée fino a fine marzo 2020 e verrà ripreso nella seconda parte del 2020 fino ai primi mesi del 2021.

Photo credits: Lanzetta-Capasso