È rosa, azzurro, ocra. È tenue, un po’ sfumato, con contrasti forti. Il modo più semplice per descrive il mondo cinematografico di Wes Anderson è farlo attraverso i suoi, inconfondibili, colori.

L’animo eccentrico del regista statunitense si percepisce da sempre nella sua estetica cromatica, ripetitiva ma mai banale, perfetta scenografia per le vite dei suoi personaggi. Anche loro, i protagonisti dei suoi film, sono eccentrici e mai consueti, si assomigliano ma non si sovrappongono. Sembra che si prendano per mano, negli anni della produzione di Anderson, per creare un percorso di coerenza visiva e narrativa.

La luce calda avvolge lo spettatore e allo stesso tempo allontana dalla realtà, trasportando chi guarda in un universo onirico, in cui i sogni sono realizzabili e le stranezze della vita diventano fiabesche.
Le scelte cromatiche hanno presentato Anderson al grande pubblico come un personaggio inconfondibile ma a rendere grande la sua regia ci hanno pensato le idee innovative e il tratto originale che si denotano sia nella narrazione che nella visione delle cose.
Guardare uno dei suoi lavori è infatti un ritorno alla fanciullezza nel tentativo viscerale di rispolverare quei valori infantili troppo spesso nascosti e di metterli in luce in tutte le forme, che siano esse positive o negative. Non bisogna infatti pensare che, visti i muri filmici sempre colorati e gli abitanti delle sue case mentali sempre sopra le righe, Wes Anderson dipinga un mondo felice in ogni suo aspetto.
I personaggi dei film del regista americano sono spesso dotati di una sensibilità acuta che li porta stupirsi dove gli altri non lo fanno e a soffrire di situazioni quotidiane e ordinarie. È un sentimento espresso completamente dalla bella Margot ne I Tenenbaum, svogliata ex bambina prodigio alla continua ricerca di un’ispirazione che nel mondo non riesce a trovare.

L’estrema particolarità dei caratteri del suo cinema ha ispirato molti altri artisti che l’hanno omaggiato o ne hanno tratto spunto per opere di carattere diverso. Ne è un esempio l’illustratore colombiano Alejandro Giraldo, che per omaggiare il regista ha realizzato il progetto The characters of Wes Anderson, una serie di ritratti dei personaggi principali dei suoi film.

È possibile trovare un po’ dell’universo del regista anche a Milano, nel Bar Luce della Fondazione Prada, angolo color pastello che lo stesso Wes Anderson ha disegnato per la fondazione. Ulteriore prova della sua poliedricità, di un talento e di una visione artistica che si esprime sì nel cinema, ma non solo.
Lo scorso novembre il regista e la compagna Juman Malouf, illustratrice e scrittrice, hanno inaugurato al Kunsthistorisches Museum di Vienna, una mostra da loro curata nei minimi dettagli. Il progetto comprende 400 oggetti tra 4,5 milioni di pezzi provenienti 14 collezioni storiche degli archivi, selezionati dalla coppia.

Carattere comune di tutti i poliedrici lavori di Wes Anderson e, nel cinema, tra lo studio della parte narrativa e l’ossessione per quella grafica è l’attenzione profonda che Anderson ripone in ogni dettaglio dei suoi film. Basti pensare che i libri di Suzy, protagonista di Moonrise Kingdon, hanno trame appositamente scritte dallo stesso regista e copertine disegnate da sei designers affermati. Scritto dallo stesso Anderson è anche il testo letto sul quotidiano da Mr Fox, in Fantastic Mr Fox, 3000 battute accuratamente stilate per apparire in una scena dalla durata di pochissimi secondi. Uno studio profondo che fa da contorno alle opere finali per arrivare a un risultato a trecentosessanta gradi e che potrebbe essere confermato da centinaia di esempi. È proprio con questo lavoro al limite dell’ossessivo che Anderson, nel secolo del post-moderno in cui tutto è la copia di tutto, è riuscito a ritagliarsi una fetta cinematografica personale e di altissima qualità. Onirica, colorata e sempre perfettamente riuscita.