Incontriamo Stefano Accorsi poco prima che “La Dea Fortuna” di Ferzan Özpetek esca nelle sale. L’attore bolognese è un uomo impegnatissimo e al contempo di una disponibilità e di un’educazione effettivamente rare in chi fa il suo mestiere a livelli così alti. Lo abbiamo voluto in copertina su questo numero non solo per lo spessore del personaggio, ma perché è stato protagonista di un’intervista sincera e aperta, dove non ha mai lesinato risposte profonde e che ha spaziato a 360° sulla sua vita, con un’ovvia prevalenza (siamo o non siamo Entertainment Illustrated?) per lo svago e l’intrattenimento.

La lettura come svago: meglio digitale o su carta?

“Per lavoro mi capita di le ere molte cose in digitale, dai copioni, alle bozze, a materiale vario. Il digitale naturalmente rende tutto più facile e immediato, basta avere un device che puoi portarti ovunque. Il libro invece lo identifico con il relax, il tempo libero: se posso scegliere di le ermi qualcosa per conto mio, opto per il formato cartaceo”.

L’ultimo libro letto?

“I romanzi di Sciascia. Però, visto che ero in via io, me li sono scaricati tutti e li ho letti in digitale…”.

Lo sport nella tua vita: mantenere un’ottima forma è una necessità che riguarda il tuo lavoro oppure l’attività fisica è qualcosa che ti appassiona davvero?

“Di base fare attività fisica è qualcosa che mi fa stare bene, e questo viene prima di tutto. Poi mi piace anche sentirmi e vedermi in forma. Detto questo, io credo che chiunque faccia il mio mestiere debba lavorare sul proprio corpo. Ci sono tanti modi per farlo, esercizi più specificatamente teatrali ad esempio. A me piace invece l’approccio sportivo, quando non posso praticare sport non mi sento bene. Pensa che con il mio preparatore, Antonio Saccinto, e con un amico medico, Piero Biondi, abbiamo cominciato a prepararci per il triathlon: l’idea non è quella di farlo con spirito agonistico, ma ci piace darci un obiettivo, una meta da raggiungere. Non mi basta l’idea di fare sport solo per il lato estetico”.

Come mangi? Segui una dieta particolare? È qualcosa a cui dai molta attenzione?

“Ho avuto periodi anche un po’ ossessivi, nel senso che quando ti alleni tanto rischi di cadere nel lato oscuro, sia per quanto riguarda lo sport che per l’alimentazione. Adesso sono molto più sereno, col tempo mi sono creato delle abitudini alimentari e mangio sano, ma mi capita spesso di uscire a cena e allora mi piace bere del buon vino, mangiare bene senza negarmi nulla, quando è il caso. Insomma, quando posso, mi piace godermela. Tuttavia, all’occorrenza, se devo limitarmi a riso in bianco e petto di pollo perché mi sto preparando per un lm, soffro un po’ e lo faccio”.

Foto: Antonello&Montesi ©SkyWildside2019

 

Che utente di cinema e di serie tv sei? Mi dici qualche titolo che ti ha appassionato ultimamente?

“Direi Chernobyl, angosciante ma molto bella, e poi, soprattutto, Stranger Things: ho molto amato le tre stagioni trasmesse finora. Ha ricostruito gli anni ‘80 in modo perfetto ma non pedissequo, ci ho trovato un gusto della citazione sopra no: fantastica. Mi è piaciuta molto anche Bodyguard, una serie inglese divertente, e cace, bella. Non sono un nerd che guarda proprio tutte le serie, però diciamo che ne vedo parecchie. Al cinema invece non riesco ad andare spesso, nei periodi in cui sono sul set, ma recupero appena possibile. Insomma, quando lavoro faccio fatica ad andare in sala, mentre la serialità ha per me una fruizione più semplice. Addirittura un film come Roma di Alfonso Cuaròn non sono riuscito a vederlo al cinema ma l’ho visto su Netflix”.

Parliamo di motori, altro argomento che ti appassiona. “Veloce come il vento” ti ha portato a conoscere dal di dentro l’automobilismo sportivo, l’adrenalina della pista…Sei un vincente anche al volante?

“Le due e le quattro ruote mi sono sempre piaciute molto. Ho scoperto col tempo, grazie al mio istruttore nonché veloce pilota Max Arduini, che l’uso dell’auto in pista è qualcosa di profondamente diverso dall’utilizzo quotidiano: l’abitacolo di una vettura da corsa è scomodo, rovente, ne ha tante insomma, ma ti fa capire veramente come funziona ogni componente della macchina. Da qui ad andare davvero forte, però, ce ne passa: ci sono ragazzi di vent’anni che già da tanto bazzicano le piste… ecco, quelli sì che vanno veloce davvero, se la contendono a colpi di decimi sul giro. Diciamo che è un mondo che mi diverte e mi appassiona. Se mi capita, tornerò in pista, l’esperienza che ho fatto è stata bella e istruttiva, ma competere in un intero campionato non sarebbe compatibile con i miei impegni sul set”.

In comune abbiamo la passione per la motocicletta e so che da tempo sei alla ricerca della “moto totale”. L’hai poi trovata?

“Più vado avanti e più mi rendo conto che mi piacciono le cilindrate ‘raccolte’. Per esempio, ora ho in uso una Moto Guzzi V85 (850 cc, quindi non proprio una ‘maximoto’), ed è un mezzo che mi piace veramente tanto, grazie al suo baricentro basso, alla facilità di utilizzo (comune anche alla Scrambler Ducati, altra moto che apprezzo) che si accompagna al piacere di guida. Io poi amo usare la moto per viaggiare, anche in coppia, oltre a utilizzarla in città per i piccoli spostamenti, e questa Guzzi ti consente tutto, è davvero azzeccata e mi piace un sacco”.

Hai una vita un po’ divisa, per esigenze familiari, tra Milano e Parigi, ma ci sono dei luoghi speciali per te, dove torni per stare bene?

“Sono legato a Bologna, la mia città. Ma riesco raramente a tornarci. Amo la montagna d’estate, è una dimensione che mi mette in pace con me stesso, mi piacciono la quiete, il fresco… In montagna ritrovo un’autenticità, una cultura alimentare, un rispetto dei luoghi che amo”.

Qualche tempo fa ci fu una polemica sui social, riguardo a una foto di te in smoking che mangiavi una pizza in cartone in Piazza San Marco. Quell’assurdo episodio ti ha insegnato qualcosa sul popolo dei social?

“Devo dire che la polemica non è nata dal popolo dei social ma da un’associazione di esercenti. Anzi, il popolo dei social tendenzialmente mi ha difeso a spada tratta, parliamo del 99% dei casi. Quindi la polemica è davvero diventata un autogol per chi l’ha sollevata. Oltretutto, io non ho infranto alcuna le e: ho scoperto infatti che non puoi mangiare seduto sui gradini di una chiesa… Io ero seduto ai tavolini di un bar pubblico, chiuso, e ho anche buttato civilmente il cartone; ecco, diciamo che se avessi avuto una birretta, sarei stato più felice”.

Tu gestisci personalmente i tuoi canali social: ma se un fan diventa sgradevole o una follower troppo appiccicosa, come ti comporti?

“Le volte in cui ho ricevuto messa i sgradevoli sono state rare. In quei casi blocco, non mi faccio grandi problemi. Tendenzialmente chi mi segue sui social è perché mi apprezza e mi vuole bene; quanto alle fan un po’ insistenti, finché non sono messaggi fastidiosi va bene, alle volte rispondo o metto il like. Una cosa che trovo affascinante dei social è che alle volte ti permettono quasi di le ere i pensieri delle persone: ci sono cose che uno non ti direbbe mai dal vivo ma che invece sui social trova il coraggio di scriverti, ed è molto positivo, perché il rischio di chi fa il mio mestiere è che a un certo punto ti sembra di vivere in una realtà un po’ falsata, dove tutto quello che fai è bello, tutto è al top, mentre sui social c’è anche quello che, se non gli piace quello che tu fai, te lo dice. Un indicatore importante”.

Foto: Romolo Eucalitto – Courtesy of Warner Bros. Entertainment Italia

 

Tra tutti i film che hai fatto, quali hanno segnato indelebilmente il tuo percorso?

“Dunque, ci sono due aspetti: alcuni film hanno segnato il mio percorso perché hanno colpito il pubblico e altri, invece, magari mi hanno dato un’opportunità interpretativa speciale, anche estrema. Veloce come il vento ha colpito tantissimo il pubblico, forse anche perché mi ricollegava alle mie radici, e la stessa cosa ha fatto il personaggio di Freccia in Radiofreccia. Queste due pellicole hanno qualcosa che mi avvicina alle mie origini. Per intenderci, prendendo come riferimento Ligabue, secondo me lui scrive ‘in lingua’ più che in italiano, io so già dove vuole andare a parare con certe frasi, con certe parole, come vuole gli appoggi… E parlo di Ligabue perché è emiliano come me e perché è uno che sa usare le parole molto bene. Oltre a questi due lm, citerei anche la trilogia 1992-1993-1994, una grande opportunità per me, perché è un progetto che ho portato in prima persona da un produttore e che si è poi concretizzato. A partire da lì sono diventato parte più attiva del lavoro: ho altri due progetti televisivi in fase di realizzazione e tutto questo è molto importante per il mio percorso. Tra i fondamentali, vorrei citare un altro mio film che ha emozionato molto il pubblico e che ha tenuto benissimo il tempo: Le Fate Ignoranti”.

 

A proposito, nel mese di luglio c’è stata molta risonanza per il Gay Pride.
Tu con Ferzan Özpetek hai interpretato più di una volta dei personaggi omosessuali (anche nell’ultimo tuo lavoro, La Dea Fortuna). Questo, a una lettura superficiale e qualunquista, contrasterebbe con la tua immagine di sex symbol. Hai adottato una preparazione particolare per immedesimarti in personaggi dall’orientamento sessuale diverso dal tuo?

“Ci vuole una preparazione come per ogni altra interpretazione. Quando le i un co- pione è sempre così: ci sono cose che ti sembrano già chiarissime, altre meno chiare, e altre ancora che ti risultano completamente oscure. Il lavoro di preparazione, che svolgo anche con l’aiuto della mia coach di recitazione Anna Redi, è proprio quello che ti consente di far luce su tutti gli aspetti del persona io, ed è ciò che ho fatto nei lm con Ferzan. L’ho fatto anche quando ho dovuto interpretare un pilota di auto: mi piacciono le macchine, d’accordo, ma io non sono un pilota”.

Sei stato pluripremiato durante la tua carriera.
Ricevere questi riconoscimenti è qualcosa che a cui tieni o ne faresti anche a meno?

“I premi fanno piacere per l’emozione di quel momento, se arrivano per un progetto al quale hai creduto tanto. Il premio è un riconoscimento da parte degli addetti ai lavori, e chiaramente fa piacere. Un lm può essere acclamato dal pubblico, ma non ricevere premi. Prendiamo Checco Zalone: ha un successo di pubblico bestiale ma non riceve premi. Questo accade perché, tradizionalmente, il nostro ambiente vede la commedia come una categoria non nobile. Considera che io apprezzo moltissimo Checco Zalone, che non è solo un comico, è uno che ha reinventato la maschera dell’italiano medio che è in ognuno di noi. Lo ha fatto con grandissima intelligenza, perché è appunto un uomo molto intelligente: lui riesce a mettere il proprio acume al servizio del suo senso dello humour, e per questo lo stimo davvero tanto”.

Anche se sei impegnatissimo tra cinema e tv, non rinunci però al teatro: ti sei cimentato in molte occasioni, come nel monologo Giocando Con Orlando e nei Sonetti di Shakespeare. C’è qualcosa che il teatro dà e che invece il grande e il piccolo schermo non possono trasmetterti?

Da La Dea Fortuna, il film in uscita il 19 dicembre, cosa ti aspetti? E cosa ti ha lasciato quest’esperienza?

“È stato un film complesso ma al contempo semplice, perché, grazie a Ferzan, questo lavoro mi ha portato verso una linea interpretativa e narrativa ben determinata. Mi aspetto che per il pubblico sia coinvolgente, emozionante. La cosa bella è che non si tratta di un lm ‘a tesi’; certo, parla di un tema caldo: una coppia di uomini si trova a gestire dei bambini per un certo periodo di tempo, costituendo di fatto una famiglia, con tutti i suoi pro e contro. Tutto è nato da un sogno di Ferzan: è un lm molto organico ed emotivo, dove quello che si crea è ‘una famiglia di sentimenti’. Ma ripeto, non essendo un lm ‘a tesi’, ideologico, porterà facilmente il pubblico a immedesimarsi in qualcosa che spesso viene analizzato dall’esterno e in termini solo teorici”.

Illustrazione di Paolo Orlandi

Il tuo concetto di divertimento?

“Ho una grande fortuna: faccio un mestiere che amo e posso anche scegliere i progetti che mi interessano, perciò, anche quando lavoro, comunque mi diverto. Anche quando fatico o ripeto cento volte la stessa scena. Più che di divertimento, mi piace parlare di ‘benessere’: e il benessere per me è stare con mia moglie, mio figlio (il più piccolo, Lorenzo, due anni e mezzo, avuto da Bianca Vitali), gli altri miei due gli (Orlando e Athena, 13 e 10 anni, avuti da Laetitia Casta). Può essere impegnativo, certo, ma mi fa stare bene e in questo senso la ritengo una forma di divertimento, così come lo è il fare sport: è qualcosa che proprio mi piace. Inutile dire che la serata fuori con gli amici, dove si sta a ridere e scherzare, beh, quello è puro divertimento. Magari anche poi finire la serata in discoteca a ballare tutti insieme. Che, anzi, è divertimento declinato in forma di cazzeggio e, una volta ogni tanto, va benissimo”.

Fabio Cormio

Foto Cover: Chico De Luigi – Courtesy Saverio Ferragina