di Maria Lucia Tangorra

Una delle recentissime serie originali Netflix Italia, ”Curon” ha dato la possibilità di emergere a nuovi e giovanissimi talenti del nostro panorama artistico, oltre a esser stato un esperimento – a nostro parere – ben riuscito sul piano del mix di generi che pone in campo.
Abbiamo avuto modo di intervistare Juju Di Domenico, colei che interpreta Micki, «bella, con tanti amici, quando si dice una ragazza popolare. Micki però è in un periodo delicato della sua vita: sta scoprendo sé stessa, chi è e chi vuole diventare. E così quando conosce Daria, quando il suo migliore amico la delude, quando fa i conti con l’improvviso lato oscuro di suo padre, è la vita che la mette spalle al muro: e ora deve crescere in fretta» (dalla presentazione ufficiale del character).

Insieme abbiamo approfondito alcune tematiche della serie, il proprio percorso formativo, il tutto con uno sguardo verso il futuro.

Juju Di Domenico: intervista

L’esperienza di “Curon”

Juju, come pensi che sia stata recepita questa serie, viste anche le alte posizioni in classifica, in particolar modo all’estero?
È un genere nuovo, tanto più da noi, senz’altro in molti non si aspettavano questo tipo di progetto. A noi girarla è piaciuto tantissimo, adesso la palla passa al pubblico.

Cosa ti ha colpito a prima lettura della tua Micki?
La sua forza, che non si rivela subito. A prima vista sembrerebbe una ragazza molto normale e nel corso della storia si mostra anche tanto fragile. Mi ha affascinato tanto questo aspetto che si approfondisce all’interno della storia.

“Curon” è anche un romanzo di formazione, in primis per i ragazzi. Cosa vuol dire, per te, conoscere la propria identità?
Conoscersi è un viaggio che non finisce mai. Nello specifico è stato interessante notare come ogni ruolo non rimanesse mai al punto di partenza e credo sia stimolante sia per noi che interpretiamo sia per il pubblico che ci guarda.

Juju Di Domenico intervista

Quanto ti eri interrogata sul tasto dell’identità?
È un discorso molto vicino al mondo attoriale. Amo molto cercare una parte di me e direzionarla verso un determinato ruolo.

Nello specifico ti sei rapportata con Anna Ferzetti e Alessandro Tedeschi, artisti già con diverse esperienze alle spalle. Cosa ritieni di aver appreso da loro professionalmente?
È stata una grandissima opportunità perché credo che siano due attori eccezionali e poi un po’ si è creato quel legame ‘materno’ e ‘paterno’ anche nelle pause dal set, chiedendo consigli e ricevendo sempre un’accoglienza costruttiva in tal senso.

Juju Di Domenico intervista

Quali interrogativi sono nati in te in merito alla relazione genitori-figli?
Ho sempre avuto un buon rapporto coi miei genitori, però interpretare un personaggio come Micki mi ha fatto comprendere che i rapporti non sono sempre così semplici ed è stato stimolante in “Curon” osservare questa difficoltà dei genitori di relazionarsi coi propri figli – aspetto che normalmente non cogliamo nella nostra vita di tutti i giorni anche perché non siamo con loro quando parlano di noi.

Netflix aveva affermato in un tuo tweet che avrebbe realizzato progetti sempre più con personaggi lgbt. Ci sono ancora oggi reazioni omofobe, cosa si può fare a tuo parere?
Alla base bisogna educare, anche attraverso il piccolo schermo, mettendo in campo ruoli appartenenti al mondo lgbt. È un aspetto di una persona, è riduttivo rappresentare qualcuno soltanto sul piano dell’identità sessuale. Bisogna togliere l’etichetta di ‘omosessuale’,

La formazione di Juju Di Domenico

Pensando alla tua formazione, cosa ti porti del corso di tre anni con Giampiero Mancini?
Ho cominciato a fare teatro sin dai sei anni, ovviamente era più su un piano sensoriale e di gioco. Il corso con Giampiero mi ha permesso di scoprire tanti lati perché esplorava diversi elementi, dalla teoria alla pratica, abbiamo anche lavorato sulla scrittura di un testo e sull’allestimento dietro le quinte.

Pensi di aver lasciato questo primo amore per il teatro?
Credo sia più da considerare una sospensione; mi auguro di ritornare a farlo presto. Ho lasciato temporaneamente la scena per poter terminare il percorso universitario. Subito dopo la conclusione, vedrò come approfondire valutare se provare a entrare in un’accademia.

Juju Di Domenico

Come conquistare gli spettatori

Hai già lavorato in produzioni Rai, Sky e Netflix, quali pensi che debbano essere le direzioni da intraprendere per conquistare varie fasce di pubblico (sia i più giovani, ma mantenendo anche quel target magari della famiglia che ti assicura l’Auditel), innovando senza ‘spaventare’?
“Curon”, a mio parere, è un buon esempio perché abbina una fascia di interpreti più giovani con quella di attori più esperti. A ciò si aggiunge il genere. Dobbiamo sempre più andare verso la ricerca di nuovi temi e generi.

Il mezzo tramite cui viene veicolato un progetto potrebbe essere un ‘impedimento’?
Ritengo che ci siano canali più ‘storici’ come appunto la Rai e piattaforme con un target più giovane. Trovo però interessante che tutti loro si stiano cimentando nella sperimentazione per cercare di conquistare quel tipo di pubblico magari a loro più distante. Il nuovo spiazza e non smetterà mai di ‘sfamarci’.

 

L’apertura mentale

Ritieni che l’aver vissuto in Germania fino ai nove anni ti abbia donato una forma mentis, forse, più aperta?
Ne sono pienamente convinta. Sono sempre cresciuta in una famiglia con una mentalità molto aperta, ma l’aver potuto vivere in due paesi con strutture differenti tra di loro è stato essenziale. Ti apre tantissimo perché conosci dei modi di riflettere vari: ad esempio quando si parla dell’organizzazione e della precisione mi torna molto utile la mia parte tedesca; quando devo decidere [sorride] cosa si mangia per cena prevale quella italiana.

Tra i tuoi lavori troviamo “La guerra è finita” (andata in onda su Rai1) che trattava la guerra dalla parte dei sopravvissuti e tu interpretavi Miriam, che portava con sé una ferita importante legata a una violenza…
Dar corpo a lei non è stato semplice perché ha una storia molto lontana da me. L’elemento bello della fiction è che racconta il trauma attraverso il ritorno alla vita.

Secondo te come si sopravvive a un dolore del genere?
Per fortuna non ho dovuto provarlo in prima persona. Penso che supporti in primis il tempo e poi parlarne con una persona fidata, con uno specialista per poterlo lasciare andar via dalla propria anima.

Il prossimo progetto

Cosa puoi anticiparci in merito all’ultimo lavoro (targato Rai) che stai girando, “Con le mie mani”?
È ispirato all’omicidio dell’orefice milanese Pierluigi Torregiani. Nel cast ci sono Laura Chiatti e Francesco Montanari. Io interpreto la figlia del protagonista e mi sta stimolando molto confrontarmi con una storia vera, avvertendo al contempo una certa responsabilità. Avremmo dovuto girare a febbraio, ma abbiamo dovuto interrompere per l’emergenza Covid.