di Maria Lucia Tangorra

Licia Lanera è una donna e un’artista che si è fatta strada – particolarmente nell’ambito teatrale – con le unghie e con i denti, oltre che col talento. In un anno difficile come questo, segnato dalla pandemia, durante la 17esima edizione delle Giornate degli Autori (rassegna autonoma all’interno della Mostra del Cinema di Venezia), ha avuto il suo ‘battesimo’ cinematografico, con un film che toccherà qualsiasi spettatore che si recherà al cinema (in sala dal 7 settembre distribuito da La Sarraz Pictures), “Spaccapietre” di Gianluca e Massimiliano De Serio.

Abbiamo avuto modo di approfondire con lei il ruolo che riveste nel lungometraggio, ma anche di conoscerla meglio come donna e come artista, tra formazione teatrale e acquisizione della propria consapevolezza.

Spaccapietre, il nuovo film dei De Serio: sinossi

Dopo un grave incidente sul lavoro Giuseppe (Salvatore Esposito) è disoccupato. Suo figlio Antò (Samuele Carrino) sogna di fare l’archeologo e fantastica sull’occhio vitreo del padre, come se fosse il segno di un superpotere. Sono rimasti soli da quando Angela (Antonella Carone), madre e moglie adorata, è morta per un malore mentre era al lavoro nei campi. Senza più una casa, costretto a chiedere lavoro e asilo in una tendopoli insieme ad altri braccianti stagionali, Giuseppe ha ancora la forza di stringere a sé Antò, la sera, e giocare a raccontarsi una storia. In questa storia irromperà Rosa (Licia Lanera), una donna incontrata nei campi che le sopraffazioni del ‘padrone’ non hanno corrotto, e la cui umanità sarà per entrambi rifugio, forza e ribellione.

Licia Lanera: intervista

L’esordio sul grande schermo

Licia, si può affermare che tu abbia effettuato un debutto cinematografico coi fiocchi?
Dei tanti progetti che mi vengono proposti per cinema e televisione, il più delle volte declino l’invito, non per snobismo, ma perché per me la questione artistica va oltre la performatività e basta. È una questione politica, di cuore perciò, tanti anni fa, ho scelto di avere la mia compagnia per essere più libera di fare un certo tipo di arte. Coi gemelli De Serio ci siamo davvero trovati e riconosciuti: li conoscevo così come loro me perché Torino è una città che in qualche modo mi ha adottata e loro erano venuti a vedermi in teatro. Ho sperato tanto che alla fine mi scegliessero perché abbiamo fatto una chiacchierata più che un provino, ricordo che mi hanno chiesto: che cos’è per te la morte?

Cosa gli hai risposto?
Gli ho detto che si tratta di un tasto così connesso con la vita, ne ho terrore e trovo sempre il modo di esorcizzarla. È qualcosa da cui sfuggo e a cui torno quando sfioro degli eccessi che mi riguardano. Come se fosse attrazione e repulsione. Senz’altro è l’elemento dell’esistenza che più mi terrorizza. Non riesco ad accettare la morte come una fase della vita.

Licia Lanera - Spaccapietre

Ti rivedevi nei monitor dopo aver girato?
No, per un teatrante è strano vedere la propria immagine; in più non sono mai soddisfatta di me perciò mi piace che sul palcoscenico un giorno puoi risultare in un modo, quello successivo puoi mutare. Mi spaventa che una scena rimanga fissa, impressionata (nel nostro tempo sui dispositivi digitali).

Potrebbe esser stato anche questo aspetto a frenarti dal rompere la barriera con lo schermo?
Può essere, non voglio barricarmi dietro ‘risposte fatte’ come: aspettavo di poter scegliere. Questa paura deve essere ben protetta da chi sa come maneggiarla e i fratelli De Serio sono stati straordinari. Sono due teste pensanti, hanno l’alchimia della coppia artistica, in cui si litiga sempre, ci si punzecchia, però ci si completa e dove non arriva uno, c’è l’altro. Hanno una visione politica ed estetica, un immaginario incredibile per cui non posso che affermare di aver lavorato benissimo.
Sono stata contenta di aver saputo aspettare, mi ero detta: « «quando verrà, sarà l’occasione giusta, altrimenti non farò mai cinema» [e lo afferma con serenità].

Pensi che l’esordio in grande stile a Venezia possa darti la possibilità di essere percepita diversamente dagli addetti ai lavori e farti conoscere di più al grande pubblico?
Mi piacerebbe tantissimo avere un riconoscimento. A volte posso sembrare ‘megalamone’, ma ammetto che non mi interessa diventare famosa, ma essere ricordata un domani, che qualcuno possa dire che ho fatto un pezzettino di qualcosa di importante. E poi mi piacerebbe che grazie al film, si riuscisse ad avvicinare alcuni spettatori al mio teatro (inteso come modalità).

Quali sono state le sfumature che hai conferito a Rosa?
Sono una regista molto razionale facendo un percorso di studio meticoloso; come attrice sono esattamente l’opposto. Sono istintiva e questo mi porta a catapultarmi nelle cose e ritengo che nel cinema abbia avuto una funzione positiva. Ho dimenticato il mio approccio teatrale, andavo nelle cose. Certo, mi ha scioccata lavorare completamente in silenzio, visto che in scena utilizzo le musiche anche come detonatore per l’attore stesso; al cinema accade il processo opposto: la colonna sonora, i rumori, entrano nel prodotto finale [è incredibile come si avverti, mentre si racconta, lo stupore e anche gli ‘schock’ avuti in questo incontro con la macchina cinema].
Allo stesso tempo, però, sul set hai gli elementi reali, non certe convenzioni che si devono adottare sul palcoscenico. Il bambino è bravissimo, intelligente, forte e quando hai delle questioni (irrisolte) con i figli non avuti, essendo alla soglia dei quarant’anni, questa relazione mi ha costretta a fare i conti con questo. I De Serio mi hanno lasciata molto libera rispetto allo stare; mentre in teatro faccio un lavoro di fino di analisi del testo essendo legata alla parola.
Mi è piaciuta proprio come esperienza, persino i tempi morti, certo è stato faticoso. Il teatro ti erode negli anni; per un film devi dare il massimo di te in poco tempo.

Spaccapietre film

Cosa vorresti che arrivasse assolutamente della tua Rosa?
Ho ritrovato nel personaggio un punto importante di contatto: il 2015 è stato un anno devastante per me, essendo di rivoluzione della mia esistenza, ho subito anche quelle piccole rivalse delle persone che godono nel vedere che crolli. Ho sofferto tanto, però, ad oggi, tante cose violente, dolorose e rabbiose che sono avvenute, mi hanno, in realtà, fatto diventare più cauta e amorevole. Il dolore può portarti verso due strade: quella di incattivirti e irrigidirti o di deporre le armi. Rosa contrappone ai soprusi, seppur con una grande forza rabbiosa, una possibilità maggiore di bellezza, amore e purezza. Lo trova dentro di sé e lo fa esplodere, facendolo diventare il motore per liberarsi dal male. Questo aspetto l’ho trovato stupendo in quanto è un segno di speranza applicabile al lavoro, alla questione delle donne e a tante prove di fronte a cui ti mette la vita. Tutto ciò senza retorica, ma con la prepotenza dell’amore, il che non è facile né da pensare, figuriamoci da raccontare. La mia ‘bestialità’ [intende anche come presenza fisica in scena, scherzando anche sul suo modo di uscire a prendere gli applausi] e la mia forza corrispondono un po’ a quelli che sono stati gli ultimi anni della mia vita per cercare di riappropriarmi da sola di alcune cose dopo un momento di grave smarrimento e tutto questo l’ho messo in Rosa.

La morte sul lavoro

“Spaccapietre” tematizza la morte sul lavoro, da pugliese ti è mai capitato di toccare con mano un caso a te vicino?
Mi considero una persona di sinistra e molto attenta all’ambito lavorativo. Ho riflettuto su come conoscessi di persona un solo operaio e, mentre noi eravamo a casa, alcuni operai continuavano ad andare in fabbrica in pieno covid perché la produzione non si doveva fermare. Molti attori è vero che non guadagnano o lavorano poco, però alcuni di questi se lo possono anche permettere altrimenti avrebbero cambiato mestiere come avrei fatto io se non avessi iniziato a guadagnare sin da subito.
Il problema del lavoro nero ha degli effetti devastanti. Io non l’ho mai visto in prima persona, ma come si può osservare nel film, è una storia di oggi, non di inizio ‘900. Esiste ancora gente che muore di fatica o perché inala i fumi.

Licia Lanera e il teatro

La trilogia teatrale dedicata ai russi è il compimento di una riappropriazione di te stessa?
Totalmente.

Licia Lanera
“Guarda come nevica 3. I sentimenti del maiale”

Che cosa significa, adesso, essere libera artisticamente e come donna?
Quando c’è stata la rottura di Fibre Parallele non ho mai pensato che avrei smesso di fare teatro. Io il teatro ho imparato facendolo e facendolo in due per cui per me è stato molto difficile riappropriarmi di un linguaggio che fosse solo mio. Con “Guarda come nevica 3. I sentimenti del maiale” ho scritto la mia prima drammaturgia originale, è stata una delle poche cose belle del lockdown. Ho ritrovato nella trilogia un pezzo di me che esisteva in Fibre Parallele, quello che sono oggi, per cui inevitabilmente c’è un pezzo di ogni lavoro fatto, ma mi sono riappropriata di un linguaggio che è solo mio. “The Black‘s Tales Tour” e “Orgia”, hanno girato tanto, ma c’era sempre qualcosa che mi mancava; con la trilogia ho trovato la quadra. Come essere umano sto più nelle cose, mi sento un po’ più morbida e che riesco a lasciarmi andare. Rivendico il mio ruolo all’interno del mondo teatrale che è anche maschile, soprattutto per ciò che riguarda i ruoli di potere. Di primi attrici ce ne sono, ma le registe sono molto rare. Io mi definisco ‘capocomica’ e non è semplice farsi rispettare rispetto a ciò che sono dai tecnici o dai direttori dei teatri; in più non sono giovane per la vita, però per questo Paese sono ‘un’infante’.

A proposito di rivendicazione, il lockdown ha fatto ancora più esplodere la questione dei lavoratori dello spettacolo…
È una questione antica, è un sistema abbastanza problematico e parte tutto dal decreto ministeriale del 2014, scritto, a mio parere, in maniere inadeguata al Paese che abbiamo, storicamente di capocomicato, di girovaghi e che con quel decreto, improvvisamente si chiedeva la stabilità come in Germania e Francia che hanno una storia diversa. Questo fa sì che non esista più una compagnia veramente stabile, non esistono i soldi per le produzioni. Ovviamente il lockdown ha fatto emergere una serie di aspetti sommersi. Purtroppo in alcuni momenti si è creato il tutto contro tutti e questo è stato negativo; senza girarci intorno: da noi i soldi dedicati alla cultura sono troppo pochi perciò il problema, ahimè, è politico.
Il momento è complicato, ma è molto positivo che ci sia movimento e la maggiore acquisizione di consapevolezza in alcune categorie.

Licia Lanera e l’incontro con Luca Ronconi

L’ho conosciuto nel 2012 quando avevo un’identità abbastanza forte come essere umano e come artista. Mi sono goduta gli ultimi tre anni della sua vita. Ci siamo incontrati a una masterclass in regia alla Biennale di Teatro e, sentendolo parlare, mi sembrava come se fosse una luce che stesse illuminando il percorso. Si è creata subito una simpatia reciproca e mi invitò a Santa Cristina; ero sotto contratto per un altro lavoro eppure sentii che sarei dovuta andare.
Mi ha insegnato a capire tutte le pieghe che ci sono dentro un testo. Era abile nel commissionare insieme elementi bassissimi e altissimi per spiegare qualcosa. A volte riutilizzo delle sue cose per farle vedere ai miei allievi. È stato un incontro folgorante, che mi ha cambiato la vita perché, secondo me, non sarei arrivata a fare quel lavoro su un romanzo come “Cuore di cane”, sia di selezione che del rapporto col racconto.
La sua morte è coincisa col mio cambio esistenziale. Non sono un’attrice ronconiana, ma mi ha insegnato tantissimo e mi ci sono affezionata.

Qual è la prossima sfida che puoi anticiparci?
Il 2021 vorrei stare ferma, ma a dire il vero ho già in mente un testo, ma non posso rivelarne il titolo. Posso, però, dire che il mio sogno è quello di mettere in scena il testo di un drammaturgo contemporaneo in cui si affrontano cibo e politica, sottolineando anche la sovrabbondanza del primo. Vorrei scrivere un altro testo mio in dialetto barese, riconciliando con la mia terra.

Licia Lanera: tournée

Non è semplice parlare di questi tempi di tournée, ma possiamo anticipare che sono previste delle date del terzo capitolo, “Guarda come nevica 3. I sentimenti del maiale”, in città come Torino e Verona. Non ci nasconde, però, l’artista che le piacerebbe tornare sui palcoscenici milanesi e magari proporre l’intera trilogia, chissà che non venga accolto questo suo auspicio.