di Maria Lucia Tangorra

Occhi verdi e decisi, di chi vuole avere speranza nel futuro e al contempo sa che bisogna conquistarselo (a partire dal presente) con la lunga gavetta. Lucrezia Guidone, classe ’86, ne ha macinata di polvere da palcoscenico, annoverando anche rilevanti progetti cinematografici come “Il grande sogno” di M. Placido, “Noi 4” di F. Bruni e “La ragazza nella nebbia” di D. Carrisi.

L’abbiamo appena ammirata nei panni di Jelena nella messa in scena curata da una talentuosa regista europea, Kriszta Székely, per il Teatro Stabile di Torino (29 e 30 gennaio va in scena al Teatro Katona József Színház di Budapest) ed è proprio da qui che siamo partiti nel toccare, attraverso l’arte, temi che ci riguardano.

Uno dei punti cruciali di Čechov e, in particolare, di “Zio Vanja” riguarda l’incapacità di agire. Come l’hai vissuto?

La regia di Kriszta si è focalizzata molto su questo. Non è stato semplice lavorarci perché, in un modo o nell’altro, ti ritrovi a farci i conti ed è veramente frustrante, soprattutto per un artista,  pensare che rimangano chiusi in una scatola e devono andare avanti infelici. Non è stata “un’armatura”facile da portare, ma nonostante questo è stato un bel viaggio perché provare a immedesimarsi in quel tipo di vita ti arricchisce. Poi col tempo prendi le distanze.

La tua Jelena presenta delle sfumature diverse rispetto a quelle a cui siamo stati abituati…

Ci siamo concentrate sul non renderla una figura eccessivamente vacua, dandole uno spessore in termini di caratura personale. È un personaggio molto difficile per me perché è in reazione rispetto a tutto ciò che arriva dagli altri; sono pochi i momenti in cui è lei a prendere l’iniziativa. Jelena vive dello sguardo altrui per cui siamo partite da qui, immaginando che in un passato recente lei potesse aver avuto una possibilità di esser stata felice. In più si è lavorato molto sui rapporti, ad esempio con Vanja abbiamo sviluppato più l’amicizia, oltre che sull’ironia, che, a mio parere, può essere un tratto dell’infelicità.

La bellezza diventa un problema per se stessa e per gli altri. Ci hai riflettuto come artista?

Jelena, suo malgrado, attrae tutti. Kriszta ci ha restituito l’immagine di una luce imprigionata, con gli altri personaggi che ci sbattono contro come falene. Per quanto riguarda la bellezza, nella vita non sono mai stata così sicura di me da poterla usare come un’arma, né è il modo con cui mi relaziono al mondo.

Come descriveresti questi esseri umani all’interno di una “scatola-serra“?

Secondo me è come andare al museo dell’uomo, dove i visitatori lo osservano sotto vetro. È come se ci fosse una lente d’ingrandimento rispetto a tutti i rapporti in campo. Noi abbiamo lavorato sull’aspetto del dramma profondo, sapendo che è proprio di quello che si può arrivare a ridere come ci insegna Čechov con la sua ironia. Il tutto senza strizzare l’occhio eccessivamente al pubblico. Questa gabbia esalta la bidimensionalità, è come se ci fosse uno zoom continuo su questi “criceti” che si affannano per niente. È una bella metafora di tutti i nostri drammi quotidiani e delle idealizzazioni.

Una delle battute chiave riguarda il resistere e il restare, come vivi questo insegnamento di Čechov?

È un po’ il mio incubo messo sotto vetro perché aderire a una vita del genere, rinunciando alle proprie aspirazioni è tremendo. Sonia è senz’altro la vittima più grande perché è la più giovane e più pura, non a caso questo monologo è affidato a lei. Certo emerge anche uno dei temi essenziali di questo autore: ognuno porta la sua croce. Io, dal mio canto, dico: ʻsappi portare la tua croce, ribellati e sappi guadagnarti il tuo pezzo di cieloʼ.

Visto il lavoro di adattamento che è stato compiuto, quanto “Zio Vanja” c’entra con noi oggi?

Kriszta e Ármin Szabó-Székely sono stati molto rispettosi dei nuclei drammaturgici, ad esempio il pezzo sull’ambiente è stato trasformato collegandolo al cambiamento climatico attuale. Credo che assistendo a questo allestimento gli spettatori possano pensare: “siamo proprio noi davanti a uno specchioʼ e così si ritrovano.

ph. Andrea Macchia

Pensando ad alcuni dei tuoi ruoli femminili a teatro: (solo per citarne alcuni) la figliastra di Pirandello, Celestina, la Signorina Else e Jelena. C’è un filo rosso che le lega?

L’ironia con varie declinazioni: nella figliastra in modo violento, in Else più drammatico e in Jelena è come una sorta di limbo in cui si scivola nella chiusura. Ricorre anche un certo tipo di forza d’animo e di spessore.

Quanto la figliastra di “In cerca d’ autore” ti ha scombussolata visto anche chi ti dirigeva (Luca Ronconi)?

È stato il punto di svolta, non solo sul piano della carriera e della visibilità, ma in primis sul piano dell’affrontare un personaggio, innegabilmente così solido nell’immaginario di chiunque. Aver avuto l’opportunità di essere guidata da un genio che mi ha detto: «fregatene e cerca il tuo» è stato preziosissimo. Mi ha fatto sentire che potevo fornire il mio sguardo.

Anche il ruolo del travestito ne “Il panico” sempre per la regia di Ronconi è stata un’esperienza che mi ha fatto andare oltre l’immagine che pensavo di dare agli altri. Step così ti conferiscono libertà.

Parli di genio, ma bisogna essere anche disposti a fare ciò che ti sta suggerendo…

Il primo complimento che mi ha fatto è stato: «sei coraggiosa» perché non mi sono mai preoccupata di dover corrispondere a me stessa, poiché – a mio giudizio – partire da ciò che ti assomiglia ti riduce le possibilità di sviluppo.

Dividendoti giustamente tra i vari mezzi espressivi, dal 31 gennaio, su Netflix, sei tra le protagoniste di una serie molto attesa, “Luna nera”, basata sul romanzo “Le città Perdute. Luna Nera” di Tiziana Triana e diretta da Francesca Comencini, Susanna Nicchiarelli e Paola Randi…

È una storia di grande ricerca di sé e del proprio potenziale. La parola coraggio è stata davvero la chiave. Lavorando su questo progetto e sul mio personaggio ho scoperto una forza di cui ancora non avevo piena consapevolezza, compresa quella di oltrepassare magari delle paure. Interpreto Leptis una ragazza forte, libera, con un grande senso di sorellanza. Questo ruolo è arrivato in un punto della mia vita giusto in quanto mi ha fatto comprendere che bisogna saltare anche se non sai quanto sia alto perché il coraggio compare in un modo o nell’altro. È stata una scoperta importante perché, come tutti, ho delle paure e quando hai il privilegio di poter incarnare qualcuno che si spinge oltre i propri limiti, quasi per una sorta di gioco di immedesimazione, lo fai e il corpo non conosce la differenza ed è come se facessi davvero tu quell’esperienza.

In più di Leptis mi piace che sia un unicum, porta delle diversità all’interno di un gruppo e questo l’avvicina molto allo spettatore. Mi premeva toglierla anche da una dimensione di forza mascolina, conferendole anche delicatezza (complice il lavoro di trucco, parrucco e costumi). La sua è una parabola bellissima (si evolve dal terzo episodio in poi).

Se pensiamo a molte delle attrici protagoniste, che danno vita alle streghe, derivano da una solida formazione teatrale. Non si è optato per i “soliti” nomi, ma si è scelto di rischiare, come mai a tuo parere?

Le casting Sara Casani e Laura Muccino sono state bravissime nella scelta, si è veramente creato un legame tra noi cinque streghe. Penso che per dire determinate parole, anche formule magiche, probabilmente sia necessaria una semplice complessità, però bisogna reggerla. C’è una presenza di radicamento fisico alla terra che dà una forza in scena e questo il teatro te lo fornisce tanto perché utilizzi molto il corpo; non che al cinema non lo si usi, ma essendo il teatro dal vivo senti di più il magnetismo.

credit Emanuela Scarpa/Netflix

Nelle note di regia si legge: «eppure tutti, ancora oggi, istintivamente, sappiamo subito di cosa si parla quando si dice “caccia alle streghe” e in tutti questa espressione evoca paura. Si tratta della persecuzione di persone non per ciò che hanno fatto, ma per ciò che sono. In questo caso, delle donne». Quanto questo ha a che vedere con oggi?

Tanto. Ovviamente in questo caso il focus è sulle figure femminili, ma attualmente anche tanti uomini vengono perseguitati. Se allarghiamo il campo, si possono instaurare molti punti di contatto col pubblico e trasversalmente. Non è una serie per le donne. Quando ci siamo confrontate durante le letture della sceneggiatura era evidente anche l’idea di far emergere il dibattito tra magia e scienza, senza dimenticare anche il ruolo della chiesa (presente già nei primi episodi, nda). “Luna nera” è pure un romanzo di formazione. Sarebbe riduttivo definire questa serie solo fantasy o storica.

In una battuta ascoltiamo: hanno paura della nostra forza. Tu hai realizzato anche un corto contro la violenza di genere (“Soffio” di N. Ragone). Secondo te gli uomini hanno paura della nostra forza?

C’è una questione legata al femminile che davvero ha qualcosa di potente e magico, già il solo fatto di essere creatrici perché diamo la vita è qualcosa che, a volte, non a livello consapevole, ha cercato di offuscare la donna. La forza intesa come qualcosa di potente di per sé intimorisce forse perché è inafferrabile e incomprensibile fino in fondo all’uomo.

credit Emanuela Scarpa/Netflix

Sulla tua pagina d’agenzia citi Flaiano: «con i piedi fortemente poggiati sulle nuvole» e spesso hai sottolineato la dimensione del gioco. Ti senti un po’ funambola?

[sorride] Sì. Quello che abbiamo scelto è di regalare la possibilità di giocare e in primis con noi stessi perché la vita non è fatta per il martirio, ma per cercare il bello. Certo con le sue difficoltà – mi son sempre battuta affinché si studiasse e ci si preparasse – questa è una professione in cui la dimensione del gioco, nel senso più alto e puro del termine, è molto presente, ti fa sempre battere il cuore in maniera forte, senza mai farti sedere su ciò che hai fatto.

Hai lavorato in Accademia (si è diplomata alla Silvio d’Amico) con un maestro come Nekrosius, cosa ti porti di lui?

Lui ci ha raccontato che il teatro era uno dei suoi grandi interessi per cui mi ha fatto pensare che bisogna nutrirsi anche di cose presenti al di fuori di questo mondo così da portare un brivido vitale poi in scena.

Credit Victoria Will/Netflix

Concludiamo questa intervista chiedendoti che vita avrà “L’arminuta”, un progetto che ti è molto a cuore e in cui ti sei cimentata anche come regista?

Il 13 febbraio sarà in scena (sul palco con lei Beatrice Vecchione) al Teatro Circus di Pescara ed è la prima volta che porto un lavoro nella mia città [lo dice con emozione e orgoglio]. Col Teatro Stabile d’Abruzzo ci auguriamo che possa arrivare su vari palcoscenici nella stagione 2020-2021.