di Maria Lucia Tangorra

Dopo ”Fuocoammare” di Gianfranco Rosi (insignito nel febbraio 2016 dell’Orso d’Oro al 66esimo festival di Berlino) e diversi servizi giornalistici, la figura essenziale di Pietro Bartolo, il medico divenuto noto soprattutto per essere stato, dal 1992 al 2019, il responsabile delle prime visite ai migranti che sbarcavano – e continuano a sbarcare – a Lampedusa, viene affrontata in un nuovo film e da un’altra prospettiva.

L’opera di Maurizio Zaccaro (il soggetto è liberamente tratto da “Lacrime di sale” scritto dallo stesso Bartolo e Lidia Tilotta con la collaborazione di Giacomo Bartolo. Edito da Mondadori Spa) non mancherà di commuovervi, evitando le facili spettacolarizzazioni, ma stando sul protagonista (interpretato in maniera credibile e rispettosa da Sergio Castellitto) e su ciò che accade realmente a Lampedusa, portando ad esempio un evento tra i tanti.

Nour, il film: sinossi

Nour (Linda Mresy) ha dieci anni e ha affrontato da sola il viaggio verso l’Europa attraverso il Mediterraneo. Cosa ci fa da sola a Lampedusa, fra i sopravvissuti a un naufragio? Pietro Bartolo, medico dell’isola, se ne prende cura e, un passo dopo l’altro, cerca di ricostruire non solo il passato della bambina, ma anche il suo presente e un nuovo futuro.

Nour: quando esce

Vision Distribution ha deciso di optare per un’uscita evento speciale 10, 11 e 12 agosto; mentre dal 20 agosto sarà disponibile su Sky.

Nour: le dichiarazioni del cast

Sergio Castellitto parla del suo Pietro Bartolo

Nel tuo percorso di lavoro ti sei misurato spesso con personaggi esistenti ed esistiti e questo è sempre oggettivamente una sfida, perché si hanno una serie di elementi storici, documentari o di conoscenza diretta e però, poi, interviene il lavoro dell’attore.
Com’è stato interpretare Pietro Bartolo?
Io penso che gli attori debbano evocare, devono rappresentare, devono considerare il personaggio che stanno interpretando come vero. Questo è il punto di partenza, inoltre il percorso straordinario di Pietro non avrebbe neanche bisogno del film perché è una vita talmente formidabile che si racconta da sola. Il lungometraggio, a mio parere, è molto bello e potente nella sua apparente semplicità. La materia è infuocata, ma il compito nostro, come artisti, è quello di consegnare una parabola quasi evangelica. È la storia di un uomo che allunga una mano e salva gli altri, che mette al centro della propria vita un’idea utopica (e per questo motivo potentissima e al contempo inutile): svuotare il mare con un cucchiaio. Lo si può fare? No, eppure Pietro ci prova ed è in questa grandezza di questo gesto apparentemente inutile che esiste la sua profonda necessità.

Nour film

Commetteremo un errore se pensassimo che questo film ci deve servire per capire l’enorme complessità della situazione sociologica, politica e quant’altro; noi dobbiamo limitarci a consegnare un gesto e in questo senso la poesia del film è chiara. Laddove la politica spesso è polverosa o non ci fa capire, il cinema – in alcune circostanze ci fa comprendere meglio perché ci consegna un segno, una possibilità in più. Ci sono tanti Pietro Bartolo in quest’opera. In “Nour” non c’è soltanto un grande medico che salva e che mette la sua vita a disposizione; c’è anche un uomo che s’interroga anche sulla propria inadeguatezza di padre, come lui non capisca l’adolescenza, ma è orfano anche Pietro. Siamo tutti orfani davanti a quella ‘placenta’, a quel mare.

Sergio, sei stato a Lampedusa e hai trascorso diverso tempo con Bartolo per coglierne l’essenza e soprattutto ti sei dovuto interfacciare sia con una parte di finzione e con una di realtà…
Questo è stato un altro privilegio in qualche modo, qualche volta raggiungevo il set la mattina in lambretta per cui stavamo tutti dentro quel cratere che è Lampedusa. Si viveva lì, non distinguevi molto il luogo dove era appoggiata la macchina da presa e dove, invece, si svolgeva la vita reale. In tal senso è stato un grande privilegio perché abbiamo toccato tutti con mano, vedere i ragazzi su quelle barche, gli ho messo le coperte termiche che li facevano diventare come degli strani re. È stato molto intenso e credo che sia un film che lascerà una traccia in termini soprattutto narrativi e poetici.

Chiaramente questo progetto piove in un momento molto caldo per la digressione, ci sono i fatti di Ragusa. Mi domando se oggi qualcosa sia cambiato e se sentire le voci di chi protesta possa essere utile…
Penso che bisognerebbe tenere un po’ separate le cose. Noi dobbiamo parlare di un film che è un gesto innanzitutto artistico, faremmo un torto a questo lavoro e a tutti noi se pensassimo che “Nour” possa diventare uno strumento per capire o per consegnarci una qualche soluzione rispetto alla tragedia che si sta vivendo. Ritengo che dobbiamo stare sul pezzo in qualche misura e accettare l’idea che la responsabilità – se c’è una responsabilità storica e politica – è fondamentalmente internazionale. Il grande assente di questa tragedia è l’Europa – che lo si voglia esplicitare o meno – perché noi non siamo buoni in quanto buoni, noi siamo portati anche geograficamente a salvare le persone perché siamo il ponte del Mediterraneo. Il problema è davvero più complesso e atrocemente più serio e non dobbiamo neanche cominciare a prendercela con quegli italiani che rivelano un atteggiamento ostile nei confronti di tutto questo. Non possiamo cadere in questa trappola. Questa è l’unica cosa diciamo ‘parapolitika’ che mi sento dire ma preferisco sempre parlare di arte.

Nour film

Interviene a tal proposito il regista Maurizio Zaccaro

Le posizioni contrapposte, senza mediazioni, non fanno bene a nessuno. Oggi assistiamo a delle proteste da parte anche delle popolazioni che non sopportano un certo tipo di situazione…
Quando siamo andati a fare i primi sopralluoghi e abbiamo avuto modo di conoscere la sua ‘famiglia’ – intesa come i 1600 abitanti di Lampedusa, siamo stati accolti a braccia aperte. Adesso, in cui ci stavamo riconfrontando con Pietro, sento che è in atto un’involuzione, qualcosa sta cambiando, i pregiudizi si fanno ancora più forti e taglienti di prima. È tutto il globo che è assente su questo problema (se si pensa ai messicani che cercano di entrare negli Stati Uniti), è un’evoluzione di diversi problemi di un mondo in movimento che la gente vorrebbe cercare di fermare, pur sapendo che è impossibile stoppare tutto ciò. Noi dovremmo essere coscienti e capire le situazioni che andrebbero affrontate sotto un altro punto di vista.
Mi piace citare una bellissima frase scritta all’ingresso del Palazzo di Vetro dell’ONU a New York: «tutti i figli di Adamo formano un solo corpo, sono della stessa essenza, quando il tempo affligge con il dolore una parte del corpo, anche le altre parti soffrono. Se tu non senti la pena degli altri non meriti di essere chiamato uomo». Si tratta di una riflessione di un filosofo persiano del 1200 allora che si chiama Saʿdi di Shirāz. Se una riflessione del genere veniva fatta nel 1200 perché non possiamo farla noi oggi?
Prima che cominciassimo la conferenza ho chiesto a Pietro che fine avesse fatto l’uomo con la testa incastrata nel gommone, rimasto in acqua per ben 15 giorni. Io non ho più letto nulla di quella storia e purtroppo non si è saputo veramente più niente, è stato abbandonato a se stesso. Quello era un uomo, non un gommone o un pezzo di plastica, probabilmente avrà avuto una famiglia. Non si può non sapere più che fine faccia una persona ed ecco che abbiamo trattato la realtà nel film e, a mio parere, è stato importante. Cos’è che infastidisce di più il potere al giorno d’oggi? La realtà perché è per forza legata alla libertà d’espressione e se tu non hai la libertà d’espressione come fai a raccontare delle storie come quella di Nour?

Nour film

Potrebbe approfondire il concetto di disonestà intellettuale?
Ritengo che essere onesti intellettualmente significhi semplicemente dire la verità secondo il proprio sentire in quel momento della vita. Recitare Pietro è stato molto semplice, per altro lui è un uomo molto discreto, si è presentato molto raramente sul set e non è mai stato invadente. Talvolta sembrava una specie di curioso che guardava le riprese. È stato semplice dargli corpo nel senso di quell’onestà intellettuale di cui parlavo prima: io volevo mettere in scena un essere umano non il medico. C’è un momento in cui si riferisce al padre ed è proprio in quell’istante che diventa figlio, orfano. Racconta un pezzo della sua adolescenza e della sua solitudine, di quella stringente drammatica povertà che c’è e che ha unito in qualche misura quelle persone a quella gente.
Ci tengo a dire (ed è per questo che dovrebbe valere salvare, salvare, salvare sempre, ma senza dimenticare le ragioni di tutti gli altri): noi siamo stati un popolo di emigranti, ci siamo presi gli sberleffi e l’ironia dei belgi quando andavamo a fare nella civile Europa i minatori, ci hanno tolto i pidocchi in America tenendoci in quarantena per 40 giorni prima di farci sbarcare per poi diventare dei grandi imprenditori. Per cui, questo sentimento ha come fondamento la storia di una povertà, siamo sempre stati un popolo sostanzialmente saccheggiato e anche in questo risiede la nostra forza e la nostra capacità di essere uomini generosi.

Nour: lo sguardo del regista e sceneggiatore Maurizio Zaccaro

Nel film si ha la sensazione che quasi il tempo non si sia fermato ed è uno dei meriti di questo lavoro, ci parla del presente che in fondo sappiamo tutti che sta durando con una dilatazione… Zaccaro potrebbe approfondire il mutamento nelle persone a cui accennava?
Noi ci sentiamo spesso e mi dispiace sentire Pietro – una persona solare, aperta, curiosa di tutto – così contratto e preoccupato. Questa involuzione del problema è qualcosa che dovremmo prendere in considerazione seriamente. Noi dobbiamo affrontare questo cambio in modo intelligente perché Pietro ha salvato e soccorso nel tempo 350.000 persone. Ecco la gente deve capire cosa vuol dire 350.000 persone prese dal mare, portate sul molo, messe in un sacco e poi tirate fuori perché improvvisamente uno – Pietro – si accorge che la persona è ancora viva. Ci tenevo a mescolare il documentario alla realtà, dopo un tot queste cose non interessano a nessuno. Abbiamo girato in 4 settimane, chiaramente avendo queste tempistiche implica a delle scelte stilistiche.
Mi sono interrogato su chi potesse dar volto a Bartolo e mi sono dato solo una risposta: o lui stesso o appunto Sergio Castellitto perché quest’ultimo non va alla ricerca di una somiglianza fisica con la persona che deve interpretare, cerca l’evocazione attraverso dei micro movimenti e dei micro gesti.

Nour film

Nour: le sentite dichiarazioni del dott. Pietro Bartolo

Cosa sta cambiando a Lampedusa?
L’isola rimane sempre accogliente, motivo per cui sentite che ci sono gli sbarchi. Ovviamente questa insofferenza comincia a farsi sentire anche alla Lampedusa e per colpa di questa narrazione così brutale e menzoniera rispetto al fenomeno migratorio, qualcuno ne ha fatto una campagna elettorale continua, una speculazione che purtroppo è arrivata anche a Lampedusa. Questo mi provoca molto dispiacere perché per trent’anni ha sempre accolto, è un popolo sempre aperto, tutto quello che viene dal mare è benvenuto.
Questo film è stato girato in pochissimo tempo e giustamente ci si è interrogati se realizzarlo o meno visti i tempi molto stretti. Per me era essenziale che si facesse perché doveva venire fuori la verità, quello che succedeva a Lampedusa. La stessa cosa è avvenuta col progetto di Gianfranco Rosi, era venuto nel momento sbagliato poiché non c’erano migranti, il centro era chiuso – nel libro l’ho definito come il turista fuori stagione. A quel punto lui non voleva girare più nulla; invece l’ho convinto attraverso una pendrive.
Io per trent’anni sono stato al molo Favaloro, visitando più di 350.000 persone. Alcuni parlano di un record così come lo sono non ne vado fiero: aver fatto tantissime ispezioni cadaveriche, ho visto l’orrore puro e da medico, oltre che da uomo, sentivo l’esigenza di far vedere tutto questo. Per venticinque anni sono stato al buio totale ad aiutare queste persone col supporto della guardia di finanza e della capitaneria di porto, senza dimenticare i ragazzi volontari medici che mi aiutavano. A un tratto ho sentito quest’esigenza di dover fare qualcosa, non potevo tenermi tutto dentro, avvertivo una responsabilità perciò ho colto le occasioni date prima da Rosi e ora da Maurizio. La vicenda di Nour è quella di una bambina, ma sono arrivati tantissimi bambini. Mi sono augurato che “Nour” potesse svegliare le coscienze di chi ancora oggi si gira dall’altra parte, quando la mente e il cuore si aprono vengono fuori quei valori che ci appartengono. Quelli che provengono dal mare sono uguali ai nostri. Qualcuno ha detto di recente: «Non abbiamo bisogno di bambini preconfezionati», parlando del calo demografico. Ma cosa ne sanno?! Confesso che ho avuto diverse volte paura ad aprire le cerniere dove erano custoditi i corpicini, quante volte ho pianto e quante volte ho avuto dei dubbi arrivando a pensare anche di lasciare.
Mi sono domandato sul perché accada tutto questo e perché nessuno intervenga. Avvertivo una grande responsabilità perché ho sempre pensato di non fare abbastanza perciò ho deciso di entrare in politica. La buona politica deve mutare le situazioni. Mi auguro che tutto questo finisca quanto prima, confido nel semestre tedesco. Temo che fra 10-15 anni, quando spero che tutto finirà, i nostri figli e nipoti ci domanderanno: Ma voi dove eravate?

Si riconosce nell’interpretazione restituita da Castellitto?
Lui è entrato perfettamente nella parte. Mi rivedo quando si arrabbia coi giornalisti che vogliono sapere a tutti i costi. Ne ho criticati tanti, ma ho anche saputo chiedere scusa a quella giornalista che voleva aiutarmi. Qualcuno mi ha definito ‘eroe’, io ho tentato di fare ciò che è il mio lavoro, sono un medico ed è una nostra mission e un nostro dovere salvare vite umane. Chi salva una persona oggi deve pagare una multa ed è veramente qualcosa di sconvolgente.

Come mai avete optato per rappresentare la storia di Nour?
Come la sua ne potrei raccontare centinaia, forse migliaia, perché sono stati tanti i bambini arrivati da soli o che hanno perso i genitori durante il viaggio. Quella di Nour è una storia che si conclude positivamente e volevo restituire pure questo segnale, un po’ di fiducia.