Oggi 17 maggio 2020 si celebra la Giornata internazionale contro l’omofobia, la lesbofobia, la transfobia e bifobia (o IDAHOBIT, acronimo di International Day Against Homophobia, Biphobia and Transphobia): una data simbolica, poiché il 17 maggio 1990, solo 30 anni fa, l’Organizzazione Mondiale della Sanità depennava l’omosessualità dalla lista delle malattia mentali.

La giornata si celebra ogni anno dal 2004, è stata istituita dal Comitato Internazionale per la Giornata contro l’Omofobia e la Transfobia ed è riconosciuta dall’Unione Europea e dalle Nazioni Unite.

Certo, la strada è ancora lunga da fare; la paura e l’odio per il mondo LGBTQI+ sono ancora troppo presenti nella società, ma la ricorrenza si promuove in tutto il mondo con eventi, dibattiti, parate, rassegne che vogliono sensibilizzare le persone e sradicare il seme dell’intolleranza, ovunque esso possa insediarsi.

Anche il cinema e la serialità televisiva giocano, da sempre, una parte importante in questo mondo: i film e le serie tv che trattano l’omosessualità, la transessualità, la bisessualità e ogni tipo di argomento legato al mondo LGBTQI+ sono molti. Fin dagli anni ’70, il cinema si è confrontato spesso con questi temi, antecedentemente, quindi, a quel 1990, in cui la collettività si aprì ad accettare la natura non patologica dell’omosessualità.

Ecco le mie scelte in materia di film e serie tv, da vedere oggi ma anche tutti i giorni dell’anno; i più significativi, che sono riusciti nel tempo a sdoganare il tabù dell’omosessualità e, in generale, del mondo LGBTQI+, aprendo un dialogo e un confronto su questi temi in tutto il mondo.

“Moonlight” (2016)

Barry Jenkins dirige questo film indipendente, vincitore sia del Golden Globe che del Premio Oscar come Miglior Film (più altri due Oscar al Miglior Attore non protagonista e alla Migliore Sceneggiatura). Acclamato sia dalla critica, vincendo il premio della National Society of Film Critics, che dal pubblico, il film vede come protagonista Chiron, interpretato da un bravissimo Trevante Rhodes, un ragazzo afroamericano omosessuale cresciuto nella periferia di Miami. Il film si sviluppa su tre livelli temporali e racconta l’infanzia, l’adolescenza e l’età adulta di Chiron, attraverso i suoi occhi e il suo rapporto con il mondo esterno. “Moonlight” è una pellicola che, con abilità e una regia ricercata, narra la realtà di molte persone , che fanno i conti con una vita che gli ha regalato poco, raramente protagonisti di un film del grande schermo.

“Boys Don’t Cry” (1999)

Un film basato su fatti realmente accaduti, diretto da Kimberly Peirce. Siamo in Nebraska agli inizi degli anni ’90: a quei tempi la transessualità non veniva vista di buon occhio, così Brandon Teena (Hilary Swank, vincitrice del Premio Oscar e del Golden Globe come Miglior Attrice protagonista) parte per Falls City, nascondendo a tutti la sua verà identità di genere. S’innamora di una ragazza, Lana (Chloë Sevigny), a cui confessa di essere transgender, ma l’America maschilista e gretta non conosce vergogna e, in questo film, viene fuori tutta la paura del diverso. La violenza, l’intolleranza e l’ingiustizia sociale arrivano allo spettatore come pugni nello stomaco, facendo di “Boys Don’t Cry” uno dei film simbolo del cinema LGBTQI+.

“The L Word” (2004)

Questa serie Showtime, con protagoniste Jennifer Beals, Erin Daniels, Leisha Hailey, Laurel Holloman e Pam Grier, racconta il mondo omosessuale (e non) femminile per sette stagioni. Le storie di donne diverse per età, professione, ambizioni ma unite da intrecci narrativi in comune. Lo show ha affrontato temi importanti, come l’inseminazione artificiale, il coming out e le relazioni familiari, uniti all’amore, le difficoltà e la forza di volontà. La serie è stata candidata agli Emmy Awards 2005 grazie alla performance del compianto Ossie Davis; il titolo s’ispira ad un modo di dire degli anni ’80, che si riferiva all’iniziale della parola “lesbica“, appunto “The L Word“, allora considerata un taboo. Su Sky Atlantic è da poco uscita “The L Word: Generation Q“, il sequel della serie, ambientata dieci anni dopo gli eventi della serie originale.

“Modern Family” (2009)

Se parliamo di LGBTQI+, non possiamo non citare “Modern Family“: la serie tv comedy, vincitrice di ben 22 Emmy Awards e un Golden Globe, è una delle più apprezzate e moderne in circolazione. Giunta all’undicesima e ultima stagione, racconta la storia di tre famiglie allargate di Los Angeles, unite da rapporti di parentela, e la sua particolarità di essere realizzata con la tecnica del “mockumentary, ovvero del falso documentario, la rende unica nel suo genere. I protagonisti sono riconoscibili e hanno tutti delle caratteristiche ben precise: c’è la coppia formata dal capofamiglia Jay Pritchett, sposato con Gloria, una donna colombiana molto più giovane di lui, che aveva già un figlio e con la quale dà alla luce un nuovo bambino; c’è la coppia omosessuale rappresentata da Mitchell, figlio di Jay, e Cameron, che hanno adottato Lily, una ragazzina vietnamita; e poi c’è la prima figlia di Jay, il marito Phil e i loro tre figli. Un viaggio nella famiglia moderna, così differente da quella delle generazioni passate, in una serie che affronta temi come l’omosessualità, le adozioni, l’amore, la morte, i tradimenti e i lutti all’interno dei nuclei famigliari. Nel cast Ed O’Neill, Sofía Vergara, Julie Bowen, Ty Burrell, Jesse Tyler Ferguson ed Eric Stonestreet.

“The Danish Girl” (2015)

Uno splendido film diretto da Tom Hooper, basato su una storia realmente accaduta: quella delle artiste Lili Elbe, la prima donna della storia a sottoporsi ad un intervento chirurgico di riassegnazione del sesso (da uomo a donna), e Gerda Wegener, sua moglie. La pellicola racconta il percorso verso l’accettazione di sé di Einar Wegener (primo nome di Lili), che riconosce la sua immagine in un dipinto di una donna rinascimentale, ornata di stoffe e dall’espressione immacolata. Il racconto del dolore di non riconoscersi più, di volersi strappare la pelle di dosso, resistendo alle umiliazioni e inseguendo il sogno di diventare Lili, grazie anche alla forza dell’amore della moglie Gerda, che le è sempre rimasta accanto. Una straordinaria prova attoriale di Eddie Redmayne, candidato all’Oscar come Miglior Attore protagonista, e di Alicia Vikander, vincitrice del Premio Oscar come Miglior Attrice non protagonista.

“I Segreti di Brokeback Mountain” (2005)

Uno dei film più famosi che tratta il tema dell’omosessualità, diretto da Ang Lee e interpretato da Heath Ledger e Jake Gyllenhaal. La pellicola, vincitrice di tre Premi Oscar tra cui Miglior Regia, racconta la storia dell’amore travagliato tra due cowboy del Wymoning negli anni ’60, in un clima bigotto, conservatore e fortemente intollerante. Ennis e Jack sono sposati rispettivamente con Alma e Laureen (Michelle Williams e Anne Hathaway), ed entrambi sono riluttanti a lasciarsi andare apertamente alla loro vera natura. La narrazione si sviluppa lungo il passare degli anni, raccontando il dolore e la sofferenza di una situazione che non dà una via d’uscita, poiché le famiglie rappresentano per entrambi un ostacolo insormontabile, ma mentre Jack, alla fine, è disposto a sacrificare tutto per stare con Ennis, quest’ultimo é vittima dei suoi stessi preconcetti mentali e ha paura della reazione della società. Un film che regala allo spettatore una disperazione e una sofferenza profonde, difficili da esprimere.

“Orange Is The New Black” (2013)

Serie tv tratta dalla storia vera di Piper Kerman, scrittrice che ha pubblicato le sue memorie nel romanzo “Orange Is The New Black: My Year in a Women’s Prison“. Prodotta da Netflix, nel corso delle sette stagioni lo show ha trattato il tema dell’omosessualità e dell’amore tra donne. Piper (Taylor Schilling) finisce in carcere per aver contrabbandato droga per amore ed è proprio in galera che ritrova la sua vecchia fiamma Alex Vause (Laura Prepon) che l’ha fatta condannare, colpevole anch’essa per traffico internazionale di sostanze stupefacenti. La serie, oltre a quella tra le due donne, racconta le storie delle detenute rinchiuse nel carcere di Litchfield, tra sveltine nei bagni e amori impossibili, ma è anche uno spaccato reale sul sistema carcerario americano, dal punto di vista femminile. Un cast degno di nota, che comprende, tra le altre, Uzo Aduba (vincitrice di due Emmy Awards), Michelle Hurst, Danielle Brooks, Natasha Lyonne, Kate Mulgrew, Taryn Manning, Samira Wiley, Dascha Polanco, Michael Harney e Jason Biggs.

“Sense8” (2015)

Serie Netflix scritta dalle sorelle Lana e Lilly Wachowski, che tratta il mondo LGBTQI+ in modo diverso, più complesso e intenso. La storia si sviluppa intorno ad otto persone che vivono in luoghi diversi del mondo, differenti per cultura, età, professione e provenienza sociale. Gli otto sono collegati da una strana percezione extrasensoriale telepatica, che li mette in contatto tra loro in un modo che mai avrebbero immaginato. Una serie straordinaria, che unisce le neuroscienze all’azione (qualcuno li cerca perché ovviamente vuole sfruttare questo loro potere), a temi come l’omosessualità, affidata ai personaggi di Lito (Miguel Ángel Silvestre) ed Hernando (Alfonso Herrera), il primo un attore messicano e il secondo un professore di arte, fino alla transessualità, con il personaggio di Nomi (Jamie Clayton), una hacker intelligentissima di San Francisco, compagna di Amanita (Freema Agyeman). La serie si compone di due stagioni più un film finale ed è stata candidata all’Emmy Award per la Miglior Colonna Sonora e la Miglior Cinematografia.

“Transamerica” (2005)

Scritto e diretto da Duncan Tucker e con protagonista una superlativa Felicity Huffman, candidata all’Oscar e vincitrice del Golden Globe come Miglior Attrice. Il film è la storia di Sabrina “Bree” Osbourne, in passato Stanley, una donna transessuale che vive nei sobborghi di Los Angeles, in attesa dell’operazione di cambio sesso. Scopre di avere un figlio, Toby (Kevin Zegers), concepito vent’anni prima, detenuto in un carcere minorile di New York: costretta dalla sua terapista, decide di andare a prenderlo e pagargli la cauzione, nascondendogli però la sua vera identità e presentandosi come assistente sociale. Inizia così un viaggio coast-to-coast da New York a Los Angeles, pieno di ostacoli, che la costringerà a confrontarsi con il figlio, a scoprire il suo passato tormentato e confessargli, infine, la verità. Una storia straordinaria, un road movie intenso ed emozionante, che racconta la transessualità in modo diretto e disarmante.

“Milk” (2008)

Sean Penn interpreta Harvey Milk, un matematico omosessuale che lavora in una società di investimenti a Wall Street, in questo film di Gus Van Sant ispirato ad una storia vera, vincitore di due Premi Oscar (Miglior Attore protagonista e Miglior Sceneggiatura). Siamo negli anni ’70, le persecuzioni della polizia nei confronti degli omosessuali sono all’ordine del giorno (il film si apre proprio con immagini di repertorio su questo tema); Harvey s’innamora di Scott Smith (James Franco) e i due si trasferiscono a San Francisco per aprire un negozio di fotografia, il Castro Camera, nel quartiere di Castro. Ben presto diventerà un ritrovo per giovani artisti omosessuali, emarginati dalla società, rifiutati dalle famiglie, anche grazie alle loro proteste contro la campagna d’intolleranza avviata dai conservatori. Dopo numerosi tentativi, Harvey viene eletto come consigliere comunale, diventando il primo omosessuale ad assumere una carica istituzionale negli Stati Uniti, e promuove una storica ordinanza sui diritti dei gay e sulla Proposition 6, che voleva bandire gli omosessuali dall’insegnamento nelle scuole pubbliche della California. Morirà assassinato da un ex consigliere, Dan White, omofobo e frustrato per essere stato licenziato, che gli sparò a sangue freddo. In onore di Milk ci fu una veglia di trentamila persone, da Castro fino al Municipio, per sostenere il sogno di Harvey Milk.

“Queer As Folk” – USA – (2000)

Remake della serie UK, uscita solo un anno prima, è stata uno degli show simbolo del mondo LGBTQI+ all’inizio del millennio. Rivoluzionaria e ricca di scene spinte, la serie, prodotta da Showtime, ha la caratteristica di essere diversa, libera da ogni tipo di stereotipo, e racconta il mondo queer in modo reale e senza fronzoli, in una rappresentazione a tutto tondo di quella che fu la realtà e di cosa significava essere omosessuali agli inizi del 2000. Protagonisti sono Brian e Justin, interpretati da Gale Harold e Randy Harrison: due ragazzi molto diversi tra loro, ma che si completano a vicenda. Brian, maturo ed esperto, mentre Justin giovane e ancora minorenne, s’incontrano fuori da un locale e iniziano una storia d’amore appassionata e travagliata, tra litigi, sofferenze e sesso. La serie affronta anche altri e delicati temi, quali il coming out, il matrimonio omosessuale, l’abuso di droghe, l’adozione da parte di coppie gay, l’inseminazione artificiale, la prostituzione minorile, la sierpositività, i bug-chasers e le aggressioni contro gli omosessuali, argomenti trattati in modo diretto e franco, con scene esplicite e forti.

“Philadelphia” (1993)

Non potevo che chiudere con il capolavoro di Jonathan Demme, vincitore di due Premi Oscar e due Golden Globe per il Miglior Attore protagonista a Tom Hanks e alla Miglior Canzone, la storica e bellissima “Streets of Philadelphia” di Bruce Springsteen. Il film, basato su fatti realmente accaduti anni prima a Boston, fu tra i primi negli anni ’90 a portare il tema dell’omosessualità e dell’AIDS sul grande schermo in maniera esplicita, diventando un simbolo di grande impatto. Andrew Beckett è un avvocato brillante omosessuale, che viene licenziato dal suo studio perché malato di AIDS. Intenta una causa contro di loro facendosi difendere da un avvocato di colore, Joe Miller (Denzel Washington), basata su una discriminazione ingiusta e crudele. Il film racconta in modo straziante il decorso della sua malattia, affiancato dal compagno Miguel (Antonio Banderas), l’unico che gli resterà accanto fino alla fine dei suoi giorni. Simbolica e storica la scena in cui Andrew ascolta Maria Callas cantare la dolorosa aria de “La Mamma Morta” tratta da Andrea Chénier. Un film che affronta numerosi problemi, discriminazioni, umiliazioni e violenze, entrato di diritto nella storia della cinematografia mondiale.

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