Per celebrare i quarant’anni di carriera, la diva più trasgressiva della storia della musica italiana ci regala uno scatenato tour in giro per lo Stivale, nuovi progetti in arrivo e una rivelazione: “Provocatoria io?! Direi piuttosto sincera”.

Continua a cantare fuori dal coro, sempre un passo avanti rispetto alla massa. Ancora adesso. A differenza di molte sue colleghe, la signora Rettore (al secolo Donatella Rettore, nome di battesimo della cantante nata a Castelfranco Veneto nel 1953, lo stesso con il quale ha esordito sul palcoscenico per poi scegliere di presentarsi al mondo, dal 1978, con il solo cognome), continua a snobbare i Festival e le ospitate facili della tv populista.

Ma non i progetti nei quali si sente davvero coinvolta: come la partecipazione, durante lo scorso gennaio, al programma di Amadeus Ora o Mai Più, dove non ha mancato di far sentire la sua voce (in tutti i sensi).

E adesso, il tourDonatella e il Suo Complesso”, che fino a settembre la porterà su e giù per l’Italia, riproponendo i suoi successi, alcuni entrati nell’Olimpo della musica internazionale. Un omaggio ai suoi quarant’anni di carriera e allo stesso tempo, precisa, l’ennesimo banco di prova: “Perché per un vero artista la gavetta non dovrebbe mai interrompersi. Chi si sente arrivato, sbaglia: non si finisce mai di imparare, o di scoprire”.

Anche la scelta del nome non è casuale…

Complesso, già, non band. Band è un appellativo che mi sta antipatico: ce ne sono già troppe, in giro.

Detto da un personaggio cosmopolita per antonomasia, che all’estero ha fatto una buona parte di carriera e ha preso sempre ispirazione, portando anzi nell’Italia bigotta e zuccherosa dell’epoca quelle che erano le tendenze e le innovazioni che fervevano nel resto d’Europa, sembra quasi l’ennesima provocazione. E invece no.

“Auspico un ritorno alle origini, voglio fortemente che la nostra nazione si dia una bella scossa. Nei favolosi Ottanta eravamo la quinta nazione mondiale per importanza: avanti nella moda, nell’arte, nella cultura, pure nel vino. Adesso ci siamo svalutati, i nostri cervelli fuggono all’estero, schiacciati da una burocrazia macchinosa e obsoleta, un sistema che rallenta e tarpa le ali agli intraprendenti. Un quadro gravissimo e invalidante. Il vero problema dell’Italia è questo, non i barconi come vogliono farci credere. Il vero problema dell’Italia è questo crollo a picco della cultura”.

Si riferisce alla polemica dei social network, i cosiddetti “leoni da tastiera”, gente che si sente autorizzata a emettere sentenze su qualunque argomento, anche se oggettivamente non preparato, protetto da uno schermo?

Più che leoni, li definirei zecche da tastiera. Ed è sconcertante notare come boria, arroganza e presunzione vadano a braccetto con un’ignoranza di grammatica e sintassi sconcertante. Mi ferisce, mi infastidisce leggere questi orrori di forma e sostanza. E mi atterrisce vedere come questo governo, di questo parassitismo faccia un vanto, anziché promuovere la conoscenza. La cultura non si forma in un attimo, con due nozioni apprese su Facebook. E l’ignoranza, le assicuro, è peggio della cattiveria.

Passa molto tempo sui social network?

Per niente. Ma basta scorrere un minuto la home di Facebook per rendersi conto che sui social la gente perde il controllo, ognuno si sente in diritto di sputare qualunque sentenza anche addosso a sconosciuti. Ho chiuso i miei profili per non sottostare a questo bombardamento volgare e inutile, di ignoranza pura. Seguo la mia pagina, evito di scrivere, di postare. A volte leggo cose che mi riempiono di rabbia, vorrei rispondere, controbattere. C’è un mio collega che lo fa regolarmente (che si riferisca a Morandi? N.d.r.), poi mi dico lascia stare, passaci sopra, non vale la pena. E torno dai miei cani.

Ma per un personaggio che ha sempre precorso i tempi, resta difficile non immaginare quanto la tecnologia possa rivestire un ruolo fondamentale.

In realtà il mio precorrere i tempi lo devo tutto ai viaggi, al fatto di essere andata all’estero giovanissima. Ero ancora al liceo, era il 1976, l’allora direttore di Telefunken sentì un mio provino e mi trovai dalla sera alla mattina catapultata nella realtà berlinese. Ero entrata nel sistema discografico, non mi rendevo nemmeno conto di come. Sembrava tutto estremamente facile, se ci pensi, in quegli anni.

Paradossalmente, la tecnologia ha distrutto la musica. Nel concetto astratto del “tutti che possono trovare tutto”, ci si perde nel mare di informazioni e forse nemmeno ci si vuole navigare. Prendi anche i musicisti, i cantanti: una volta, al di là del personaggio, dovevi essere bravo davvero. Si provava e riprovava. Adesso le sbavature le corregge il computer, quando non fa proprio tutto da solo. Ci ha fatto diventare pigri. E quando la pigrizia si sostituisce alla curiosità, ecco che arriva l’ignoranza, di cui parlavamo prima. Un circolo vizioso.

Ma salva qualcuno, nel panorama musicale di oggi?

Sicuramente. Michael Bublè, ad esempio, al di là del genere che può piacere o meno, ha una voce e una presenza scenica notevoli. In Italia, apprezzo Marco Mengoni. Molto dotato di voce, forse un po’ meno di appeal.

Legge molto, guarda molti film?

Si, anche se i miei preferiti restano quelli che hanno segnato la mia giovinezza. Tra i film, Harold and Maude (del 1971, tratta tra l’altro il tema del suicidio, a cui la Rettore ha dedicato un intero, famosissimo concept album, Kamikaze Rock’n Roll Suicide del 1982). Il mio libro del cuore l’ho letto per la prima volta a sedici anni, è Cioccolata a Colazione di Pamela Moore. Cosa mi ha insegnato? A lottare contro la mediocrità. Uno stile di vita.

Infatti, mediocre è proprio un aggettivo che non si addice a una diva da sempre identificata come trasgressiva, sopra le righe.

Tragressiva io? Pensa che invece mi sono sempre imposta delle regole. Il riposo, l’attività fisica, l’alimentazione. Poi, se il momento e l’occasione concedevano di sbragare, perché trattenersi. Ma il giorno dopo, immediatamente di nuovo in carreggiata. Siamo tutti un po’ Jekill e Hyde, guai anzi a non sfogare certe pulsioni, l’importante è poi rimettere la testa a posto.

Provocatoria? Direi piuttosto sincera: sincerità vuole dire stare al passo coi tempi, adeguarsi ai cambiamenti, non temere di esporsi. Ancora invece, la maggior parte delle donne teme questo concetto, anche inconsciamente. Ci si sente rassicurate “restando al proprio posto”. Per carità, nel 2019! Ci vorrebbe un Woman Pride. Rivendichiamo la nostra creatività!

La più grande soddisfazione, il più grande rimpianto?

La prima l’ho avuta un po’ di anni fa a Ischia: c’era questa bimba, avrà avuto sì e no un paio di anni, era tra le braccia del papà. Mi vede e inizia a sporgersi verso di me, balbettando il mio nome. I genitori, ridendo, mi hanno spiegato che seppur così piccola, la bimba mi adorava. Sicuramente la mia fan più bella e più sincera!
Il rimpianto? Non aver avuto figli. Ma tutto sommato, forse è stato anche un bene. Un figlio lo devi seguire, lo devi sostenere, soprattutto, non deve vivere nella tua ombra. La penso così. Probabilmente, se avessi avuto un figlio avrei smesso di cantare”.

Una trasgressività controllata. Un ossimoro che nella donna e nel personaggio Rettore funziona, nella carriera e nella vita privata. Che l’ha legata al musicista Claudio Rego, dal 1974. Senza (quasi) colpi di testa. Suo marito la segue, nelle sue scorribande?

Lui è il mio freno, anche se più passano gli anni, più riesco a contestargli questa sua austerità. La sua frase cult è stata ed è ancora “Esci dal fumetto!”. Ma ogni tanto, rientrare nel fumetto è necessario, è una sorta di processo di rigenerazione. Del resto, avere dei sogni non è peccato: l’importante, è avere la consapevolezza che si tratti, appunto di sogni.

Photo Credits: Orlando Bonaldo