di Maria Lucia Tangorra

Stefano Cassetti è un attore di origini bresciane che ha saputo farsi largo non solo in produzioni italiane, ma ancor più all’estero e questo gli va dato atto. Recentemente lo abbiamo visto tra i protagonisti di “Into the Night, prima serie belga targata Netflix (attualmente ancora disponibile sulla piattaforma insieme ad altri titoli).

Into the Night: info e trama della serie

Into the Night” , ideata da Jason George (showrunner di progetti come “Narcos” e “Nashville”), è ispirata al romanzo polacco di fantascienza “The Old Axolotl” di Jacek Dukaj e segue il genere fanta-thriller catastrofico.
Sei gli episodi che compongono la prima stagione e da pochissimo Netflix ha confermato che ci sarà una seconda stagione.

Into the Night” inizia con un improvviso evento solare, quando il sole comincia inspiegabilmente a uccidere chiunque sul suo cammino. Il plot è incentrato sui ‘fortunati’ passeggeri e membri dell’equipaggio di un volo notturno partito da Bruxelles, mentre cercano di volare verso occidente, nella salvezza della notte scura. I passeggeri a bordo sono di diverse nazionalità e parlano diverse lingue, sono ricchi e poveri, giovani e vecchi, civili e militari. Questi viaggiatori apparentemente ordinari condividono un’unica cosa: il desiderio di sopravvivere al sole — e alla reciproca compagnia — con ogni mezzo necessario.

Into the night: cast

Gli attori principali provengono da molti Paesi diversi: Belgio, Francia, Germania, Italia, Polonia, Russia e Turchia. Tra questi citiamo lo stesso Cassetti, Jan Bijvoet (premiato anche per “Le Ardenne – Oltre i confini dell’amore”), Mehmet Kurtulus (fra gli interpreti di “Kurz und schmerzlos” di Faith Akin), Pauline Etienne (consacrata da “Le Bel Âge“ di Laurent Perreau, nel quale è protagonista accanto a Michel Piccoli), Laurent Capelluto (tra i suoi ultimi lavori “Le verità” di Kore’eda Hirokazu e la serie Netflix “Black Spot“), Edwin Thomas (visto in “The Happy Prince – L’ultimo ritratto di Oscar Wilde“ diretto da Rupert Everett).

Stefano Cassetti: intervista

Occhi verdi, poco più di uno e ottanta di altezza e un corpo che sa e vuole modellarsi a servizio del ruolo di turno. Il suo volto ti resta impresso nella mente già dalla prima volta in cui appare sullo schermo, come un fotogramma, proprio perché ben si presta ‘al racconto’… uno sguardo che potrebbe funzionare benissimo su b/n (come la foto di cover dimostra) in un’opera storica così come a colori, toccando varie sfumature.
Tutto è cominciato ‘per caso’, ma scopriamo dalle parole di Cassetti com’è andata e com’è proseguito il suo percorso.

Stefano Cassetti Into the night
Ph Edith Held

Gli esordi

Stefano, lei si è laureato in disegno industriale presso la Facoltà di Architettura al Politecnico di Milano e ha esercitato anche come insegnante. Poi, a Parigi, un incontro fortuito, ‘quasi da film’… Cosa ricorda di allora?
Sì è stato inaspettato, ero in una trattoria e mi nota Cedric Kahn (e già debutta come protagonista, nda). Ciò che più mi è rimasto nella pelle riguarda la proiezione al Festival di Cannes. Alla fine della visione, mi giro e osservo un muro infinito di persone, in piedi, ad applaudire e io ho avuto questo desiderio viscerale di scomparire sotto la sedia per cinque minuti. Poi gli applausi sono proseguiti. Ero un ragazzetto che non sapeva ancora cosa stesse accadendo fino in fondo attorno a lui perciò, inizialmente, ho avvertito il contraccolpo.

Stefano Cassetti Into the night
“Roberto Succo”

Cosa si è portato della sua formazione di disegno industriale nel lavoro attoriale?
Ho frequentato il liceo scientifico dove, studiando la matematica, ho appreso molto rigore e analisi per cui potremmo dire ‘zero sentimento’ – l’opposto di ciò che fa un attore. In tutti i processi creativi, a livello industriale si parcellizza un problema per cui credo di essermi portato dietro, in modo molto naturale, questo approccio analitico: c’è un problema, facciamo diverse ipotesi per risolverlo. Ho capito di averlo impiegato dopo averlo già messo in pratica, ad esempio quando ho effettuato dei corsi specifici come quelli di fonetica francese, ho imparato a pronunciare in modo molto più corretto e pulito rispetto a come riuscissi prima.

Stefano Cassetti Into the night
Ph Lisa Lesourd

Me ne sono reso conto recentemente, forse il punto in cui la recitazione e il mio bagaglio del Politecnico si uniscono è incredibilmente proprio nella scrittura di una sceneggiatura. Si ha così: da una parte un artista che è abituato a visualizzare una storia e come può rendere in immagine i sentimenti e dall’altra l’analitico, il designer, che ha studiato i materiali o perché il ciclo dei prodotti è così o che sa in merito all’inquinamento. Questo bagaglio lo si ‘macina’ per inserirlo nella storia che si vuole mettere in scena. Mi sono anch’io stupito di aver chiuso il cerchio in maniera spontanea proprio attraverso la sceneggiatura a cui sto lavorando. Ho imparato col tempo a lasciarmi trasportare dagli eventi, può essere anche molto bello e rassicurante – se sei fortunato.

Stefano Cassetti: «mi definirei autodidatta»

Anche in base alle esperienze fatte, quali parole sentirebbe più sue per auto-definire che tipo di attore è?
Sicuramente autodidatta poiché ho imparato sul campo, guardando gli altri. All’inizio mi sono ‘improvvisato’, pensavo che il tutto sarebbe durato quei sei mesi e poi sarei tornato a fare quello che avrei voluto fare prima di quest’esperienza. Voglio condividere un aneddoto simpatico: nel 2004-5, erano trascorsi alcuni anni dall’uscita di “Roberto Succo” e sentivo anch’io la necessità di avere una base, non mi sentivo all’altezza di ciò che stavo facendo. Come buon modesto studente, rendendomi conto di avere la necessità di un corso di recitazione professionale, sono andato in una scuola di teatro che mi avevano consigliato per chiedere informazioni. La segretaria mi ha subito portato dal direttore, il quale mi parlava con entusiasmo e dopo poco ho capito che si era creato un grandissimo equivoco: lui, avendomi riconosciuto, aveva pensato che fossi lì per propormi come insegnante.

Quindi ha assorbito ed è cresciuto professionalmente lavorando e assimilando dagli altri?
Sì. Sul set cerco sempre di osservare ciò che accade, pure quando non lavoro direttamente, domando al regista o al direttore della fotografia – in un momento di pausa – come mai hanno optato per quel movimento di macchina o quella luce. Un po’ deriva dal mio essere curioso, un po’ anche dalla consapevolezza di dover ‘colmare’ certe nozioni.

Com’è nata l’idea (vincente) di affidarsi a ben quattro agenzie europee?
Sono desideroso di conoscere perciò cambio spesso città e così ho preso gli agenti in quei Paesi che sono stati i miei punti più di contatto, partendo dall’assunzione dell’agente in Francia. Ho cominciato a lavorare in francese e ho sempre immaginato, sin dal debutto, che fosse più facile recitare in un’altra lingua perché aiuta ad allontanarti dalla tua persona e da ciò che sai. Ritengo di essere anche fortunato sul piano degli accenti: quello italiano è sempre molto benvenuto sia in Francia che in Germania.

Il lavoro coi grandi e con gli esordienti

Stefano, ha lavorato sia con autori affermati come Audiard e la Bruni Tedeschi che con registi all’opera prima…
Non è sempre detto che impari qualcosa dai grandi. Mi piace molto lavorare per le opere prime perché ci sono una freschezza di idee e un’energia focalizzata. Si ha timore di sbagliare, ma ci si prova. Coi registi ben affermati chiaramente tutto è molto più sedentario e pacato, magari anche ‘pesante’ a livello economico perché tutto costa maggiormente. Se mi venisse chiesto cosa preferisco, naturalmente direi la spontaneità e il rischio. Va anche detto che esistono esordi che non meritano di essere realizzate.

Stefano Cassetti e il teatro

Nella sua carriera ha preso parte solo a uno spettacolo a Berlino (presso il Volksbühne accanto a Ingrid Caven e Helmut Berger con la regia del cineasta catalano Albert Serra). Pensa di tornare in palcoscenico?
No. L’ho fatto per quella mia natura di cui parlavo. Ho voluto mettermi alla prova. Il lavoro teatrale prevedeuna forma mentis diversa, che non si può improvvisare e, a maggior ragione, richiede una preparazione accademica anche sul piano fisico, essendo pure molto intenso sul lungo periodo.

Per quel che mi riguarda, amo tantissimo prepararmi per mesi per una scena e sapere che tutto si concretizzerà – e finirà – in venti minuti. È come se arrivassi in cima.

Il confronto con le serie di nostra produzione

Tenendo conto delle sue esperienze all’estero, cosa dovrebbe imparare la fiction italiana?
Credo che alcuni lavori siano stati molto validi. Dovrebbe imparare ad utilizzare i vari accenti italiani che abbiamo, potrebbe essere una chiave.

Into the Night

Sul piano produttivo, ritiene che sia solo una questione di budget o anche di forma mentis se una sceneggiatura come quella di “Into the Night” si è creata in Belgio e non da noi?
Hanno scelto Bruxelles perché rappresenta l’Europa Unita ed è la città simbolo dell’integrazione; non perché in Italia non ci fossero le capacità per realizzarla. Ritengo che da noi ci siano ottime idee e produzioni, forse dobbiamo essere più coraggiosi. La tv nostrana probabilmente ha ancora come target un certo tipo di pubblico, che desidera qualcosa di più tranquillo. Bisognerebbe puntare su autori nuovi e giovani che sanno trattare certe tematiche e utilizzare le nuove tecnologie.

Stefano Cassetti Into the night
Courtesy of Netflix

Addentrandoci in “Into the Night”, è davvero di grande qualità sia sul piano recitativo che della messa in scena, oltre che della storia…
È il frutto di visione di due ragazzi giovanissimi (Into Calfat e Dirk Verheye), i quali lavorano sempre insieme e che, avendo realizzato anche degli spot pubblicitari, presentano una cura estetica molto alta; il ritmo deriva da colui che l’ha scritta, Jason George, il quale è intervenuto sul montaggio per conferire un ritmo ancora più serrato e adrenalinico.

Stefano Cassetti Into the night
Courtesy of Netflix

Cosa l’ha colpita istintivamente leggendo il copione e, in particolare, del suo personaggio, Terenzio?
Sono sempre stato affascinato dal genere apocalittico/fine del mondo per cui l’impatto è stato molto forte. Una delle primissime serie che ho guardato s’intitola FlashForward – la ricordo come se l’avessi vista ieri e se penso all’incipit [si entusiasma]… Ho letto tutta la sceneggiatura in quella chiave e quindi forse mi ha aiutato ad aggiungere scenari che magari nella scrittura non c’erano.
Per quanto riguarda Terenzio lo si può considerare come un ‘riassunto’ dell’uomo di oggi: un po’ eroe, ma anche un po’ vigliacco. Racchiude in sé tante incoerenze e molti paradossi. Il paradosso che mi ha colpito arrivando a metà serie, se ci pensiamo: ha in mano un fucile, è l’unico militare del gruppo, è riuscito – tra virgolette – a convincere tutti che quello che raccontano non sono fandonie, ma è la realtà e invece di tentare di diventare il capo e decidere per tutti, vuole la democrazia e chiede che ci siano decisioni condivise. Questo lo ritengo un bel lato di Terenzio.

Stefano Cassetti Into the night
Courtesy of Netflix

Ma c’è anche un altro paradosso non edificante: inizialmente ha questa informazione essenziale e la tiene per sé, decide di salvarsi la vita nel modo che si svolge nei primi minuti. Giocoforza per salvare se stesso ha bisogno anche di un pilota e per caso trova dei passeggeri all’interno dell’aereo.
In più ho apprezzato tantissimo la micro-società multietnica, in cui tutti sono rappresentati, con diverse religioni, lingue e sensibilità, con tutti i loro pregiudizi, racchiusi nell’abitacolo dell’aereo.

Quanto margine c’è di ‘improvvisazione’?
È stata la seconda volta che lavoravo con Netflix, la terza con produzioni americane e, in generale, da parte sia del regista che del produttore mi sembra di notare un’attesa e un’apertura a proposte concrete da parte dell’attore. Nella loro concezione l’interprete arriva sul set con un concetto forte che chiaramente poi si discute. Si può sempre migliorare, alcune cose non erano scritte, le abbiamo improvvisate sul momento, in modo spontaneo; alcune son state prese, altre no. Trovo davvero bello e stimolante poter lavorare così.
Ci siamo sentiti molto liberi di utilizzare l’energia dell’altro; abbiamo girato per tante ore al giorno perché tutto ciò che avveniva nell’aereo era girato in un teatro di posa per cui rendeva il programma più intenso, realizzando varie scene in una giornata. Poi eravamo sempre lì, la maggior parte delle scene coinvolgeva tutti.

Dalle sue parole traspare che questo lavoro l’abbia segnata positivamente…
Ho imparato tantissimo, anche a fidarmi. Non succede sempre: si è creato un rapporto di amicizia tra colleghi, ma anche tra registi.

Stefano Cassetti Into the night
Courtesy of Netflix

L’interrogativo che rilancia “Into the Night”

Osservando la serie nasce spontaneo chiedersi: se mi fossi trovato nella stessa situazione che cosa avrei fatto. Lei si è posto questo interrogativo?
In condizioni del genere sicuramente ti rendi conto che il 90% delle cose a cui siamo attaccati non è necessario. Sto lavorando proprio in questo periodo a una sceneggiatura che ho in testa da qualche anno, si intitolaAccumulazione” e parla del modo in cui viviamo, del bisogno che abbiamo delle cose, del rapporto morboso che ci creiamo da soli coi lacci e lacciuoli della società. Io gioco con le due metafore agli estremi: da una parte l’accumulazione, dall’altra il minimalismo.
Lavoriamo per sopravvivere, per permetterci dei ‘lussi’, immaginare una situazione del genere induce innegabilmente a delle riflessioni. Mi farebbe piacere sapere che qualcuno, grazie a “Into the Night”, è riuscito a semplificarsi l’esistenza e ad avere più chiaro ciò di cui ha davvero bisogno.

Stefano, durante il lockdown, è stato sottolineato come gli artisti siano stati davvero di supporto, tramite i social, ma anche attraverso gli stessi film e le serie. Lei come ha vissuto questo momento?
Non ho partecipato a nessun tipo di creazione collettiva. Sono stato isolato a Martinica dov’ero in vacanza – programmata da tempo. Ho avuto improvvisamente tantissimo tempo libero, essendo brescianoo non riesco a stare fermo e quindi mi sono messo a fare tutto ciò per cui non avevo avuto tempo negli anni passati. Ho seguito un corso di sceneggiatura perché, anche se leggo copioni da vent’anni, scriverla è un’altra storia e ci tenevo a darmi delle basi tecniche. Ho fatto dei corsi di social media e ho rivisto il materiale di arte contemporanea. Mi sono pure sorpreso di riuscire a lavorare così tante ore al giorno senza stancarmi probabilmente è dovuto all’essere una persona solitaria per cui non mi ha spaventato l’essermi ritrovato per due mesi e più in isolamento.

La (non) tutela dei lavoratori dello spettacolo da noi

Eppure i lavoratori dello spettacolo, da noi, non sono stati tutelati come avrebbero meritato…
Rispetto al discorso del supporto agli artisti in Italia, è come ‘sparare sulla croce rossa’. Sono molto contento della battaglia portata avanti dagli artisti 7606 [giustamente ne accenna, ma non vuole aprire un discorso che meriterebbe un approfondimento a sé]. Abbiamo degli esempi egregi oltralpe che però non seguiamo. Nel nostro Paese manca tutto il sistema di supporto agli attori, agli autori, così come i luoghi dove questi addetti ai lavori possano creare. Conosco bene il sistema francese, rodato, che spazia dall’utilizzo di immobili abbandonati, presi in consegna dal comune e messi a disposizione degli artisti senza troppa burocrazia. Il terzo punto mancante da noi è la domanda perché negli anni Ottanta hanno cominciato un bombardamento con dei programmi che hanno mutato il modo di considerare e pretendere determinati programmi in tv. I film d’essai – piccoli, ma che vogliono comunicare qualcosa di profondo – in Francia resistono per settimane, in Italia purtroppo no, manca il pubblico, che va rieducato – e io ho partecipato a opere che mi hanno dato tantissimo come “Nemmeno il destino” di Daniele Gaglianone (lungometraggio pluripremiato).

Mi piace aprire il capitolo ‘cinema ambiente’, dove rientrano quel tipo di documentari che ci fanno comprendere come funziona il mondo, cosa respiriamo e cosa mangiamo, l’industria delle macchine. Tutta questa produzione va in giro per festival, ma la gran parte del pubblico non la vedrà mai perciò, se vogliamo educare gli spettatori, bisogna far arrivare questi lavori e dovrebbero vederli i bambini a scuola.

Stefano Cassetti e la prossima sfida

A conclusione di questa intervista, le chiedo qual è la sua prossima sfida?
La sceneggiatura e la regia dell’opera di cui ho raccontato. Mi sento abbastanza coi piedi per terra e mi sembra che sia arrivato il momento giusto per mescolare la mia formazione passata e quello che ho vissuto negli ultimi vent’anni.