Dagli esordi in giovanissima età al sodalizio con Mauro CoruzziPlatinette e la loro hit “Imbarazzismo”, la cantante racconta la sua transizione, tra rinascita personale e pregiudizi latenti.

Roberta Marten nasce come Roberto Martinazzo il 1 febbraio 1981. Potrebbe sembrare una storia come ce ne sono tante, eppure a lei non si può rimanere indifferenti. Roberta si presenta con il suo sorriso, mostrandoci un album di ricordi dove, ancora bambino con i suoi lineamenti delicati, ignaro di cosa la vita gli avesse riservato, scorrazzava allegro con un cerchietto in testa. Roberta oggi è una donna che con il suo “Imbarazzismo”, incisa con Mauro Coruzzi (Platinette), canta un inno contro ogni forma di “silenzioso imbarazzo e razzismo nascosto, affinché nessuno sia considerato “diverso” ma unico e irripetibile. Una bella persona che ha vissuto sospesa sfiorando la vita: “Ho rincorso la mia vita fino a caderci dentro, finalmente… grazie a Roberto che ha corso per me, passandomi il testimone per diventare la donna che sono”: Roberta Marten.

Imbarazzismo intorno a me, questo è l’incipit di “Imbarazzismo”. E’ ancora così anche per te?

Non lo è più; finché sono stato ragazzo sì. Mi guardavano per la strada come se avessi due teste, chiedendomi se fossi un omosessuale effeminato o una lesbica strana. Finalmente non sento più questo imbarazzismo, quando la mancanza di un’identità sessuale m’imprigionava, suscitando la curiosità di molti. Ho sempre avuto caratteristiche marcatamente femminili: piedi piccoli, totale mancanza di peli e barba, nessun odore forte, neanche in adolescenza, e una voce che, nonostante mi sforzassi di rendere greve, rimaneva davvero poco maschia. Sono consapevole che questo mi abbia agevolato, perché se hai il 45 di piedi, sei alto 1,90 e hai il fisico di un granatiere …non sarà così semplice e scontato passare inosservata. Insomma quelle che erano le mie peculiarità sono diventate la mia forza.

La tua esperienza, ti ha aiutato a guardare gli altri con un’attenzione diversa?

Non ho mai avuto pregiudizi ma combattere in prima persona con la diffidenza altrui mi ha resa nei confronti dell’altro ancora più rispettosa. Sono consapevole che ognuno di noi abbia le sue problematiche, i suoi dubbi, fragilità che vanno rispettate, anche quando non si comprendono. Il mio percorso a ostacoli mi ha reso guardinga. Non uso mai la parola diverso, non mi piace: nessuno è diverso, se non chi picchia le donne, chi oltraggia, chi uccide. Faccio un lavoro che mi obbliga a stare in mezzo alla gente. Canto, quindi è impossibile stare in disparte; le serate e i concerti sono il mio ambiente naturale. Quando mi esibisco, dopo aver convinto il pubblico con la mia musica, mi capita di dichiarare la mia “stranezza” e lo faccio con naturalezza. Personalmente mi definisco “inusuale”: un termine più rispettoso, a mio parere, della nostra unicità.

L’omosessualità, nonostante l’omofobia sia ancora un problema, da un certo punto di vista è stata superata. Persone pubbliche non ne fanno più un segreto, Tiziano Ferro ha salutato dal palco dell’Ariston il marito. C’è qualche speranza che anche la transessualità faccia meno paura?

Lo spero; basterebbe che se ne parlasse senza stupidi stereotipi o come se fosse una barzelletta. Potrà sembrare strano ma gli omosessuali, spesso, sono i più feroci nei nostri confronti. Sono loro che ci ridicolizzano additandoci come quelli che si possono trovare dal benzinaio, la notte, vestiti solo di una pelliccia. Io non mi stancherò di dire che si deve parlare con chiarezza, lasciando da parte imbarazzo e razzismo, come dico nella mia canzone, perché solo così eviteremo che tanti, troppi, ancora oggi si tolgano la vita o scelgano di vivere nella finzione, seminando dolore nelle proprie famiglie e tra i loro affetti.


Parli di famiglia e di affetti: i tuoi genitori, la tua famiglia, come hanno vissuto la tua transizione?

Mio papà si è assunto la responsabilità di dirlo ai vicini con un atto di coraggio. Loro, che mi hanno avuto da giovanissimi, sicuramente non erano preparati ad un genitorialità così complessa; hanno dovuto affrontarla nel tempo, accettandone le difficoltà e le sofferenze. Credo che parenti e amici, non siano stati del tutto sorpresi, anche se probabilmente fingevano di non vedere. Sono nato negli anni ’80 dove imperavano colori e paillettes e io sembravo un mini pony quando correvo qua e là per il condominio con i miei cerchietti lucidi e le mie bambole che sono ancora oggi la mia passione!

Roberta, oggi com’è la tua vita?

Bella come un giro sulla ruota panoramica dopo le tenebre. Oggi vivo, abbracciando la vita, completamente. Il mio aspetto condizionava anche il mio lavoro, non riuscendo a sentirmi sicura come avrei desiderato. Roberto mi ha consegnato la sua vita permettendomi di farla mia. Conservo ogni lacrima, ogni fatica, ogni conquista dentro di me come un bagaglio prezioso che mi permette di assaporare ogni giorno con l’attenzione e la cura che merita. Lui è parte di me, per sempre.

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