Dai tempi d’er Tracina in Notte prima degli esami Michael Schermi è diventato un’attore degno di stima.  Il volto da cattivo ragazzo nasconde un’anima sensibile fatta di complessità e contrasto, parole chiave della sua personalità e, insieme ad Alessandro Borghi e Alessio Lapice, è finalmente approdato al cinema con l’atteso kolossal Il primo Re.

Dal 31 gennaio sei al cinema con Il primo Re, un kolossal primitivo sulla fondazione di Roma. Hai recitato a fianco di Alessandro Borghi e Alessio Lapice: come ti sei trovato a condividere la scena con loro?

Oltre al talento sono entrambi dei professionisti seri e dedicati. Solo con dedizione e una forte motivazione si poteva riuscire a fare un film così innovativo per il panorama italiano. Ma ho scoperto talento, serietà e dedizione in tutti gli attori che ci hanno affiancato, molti dei quali con una grandissima esperienza di teatro, così come in tutti i professionisti che hanno lavorato dietro alla macchina da presa, Matteo Rovere per primo.

Tu interpreti Aranth, un guerriero selvaggio in fuga insieme a Romolo e Remo: quale è stata la parte più difficile del calarsi in questa parte?

Per diventare questo guerriero ho dovuto prendere più di dieci chili in poco più di un mese, diciamo che non è stata proprio una passeggiata. In così poco tempo ho dovuto seguire una dieta iperproteica e allenarmi tantissimo in palestra, anche durante tutte le riprese del film. Sono un ex-atleta quindi il mio corpo conserva quel tipo di memoria, non sono dovuto partire da zero, ma quando ti svegli alle 4 di mattina, stai tre ore al trucco e poi sul set fino al tramonto, andare in palestra mentre tutti gli altri vanno a riposarsi e poi a mangiare è veramente stancante.

Michel Schermi on set as Aranth, playing Il primo Re by Matteo Rovere. Photo by Fabio Lovino

Ti sarebbe piaciuto, invece, interpretare il personaggio di Romolo o di Remo?

Sicuramente avere la possibilità di lavorare su dei personaggi così approfonditi sarebbe stata una grande opportunità. Ma non era la mia occasione e non ci ho mai nemmeno pensato. A me n’è capitata un’altra. Sono entrato in questo progetto pensando ad Aranth e col tempo ho imparato ad amarlo e rispettarlo. Ho ricercato il cuore di questo gigante, la sua spiritualità. Sostenere questa fisicità da combattente con un’impalcatura emotiva complessa è stata la mia sfida, mi sembrava potesse creare un contrasto utile a renderlo tridimensionale. Ecco queste sono i due concetti che mi hanno rappresentato, complessità e contrasto.

In un’intervista il regista, Matteo Rovere, ha dichiarato di avervi avvisato che le riprese sarebbero state difficili: nel fango, al freddo, avreste girato dal vero. Ti ha spaventato questa prospettiva?

No. Come ti dicevo prima sono cresciuto facendo sport ad alto livello. ho vinto diversi titoli italiani di canoa kayak. Mi allenavo con il freddo e sotto la pioggia. Quindi non ero spaventato. La realtà è stata ben diversa però, fare sport al freddo è diverso da girare una scena mezzo nudo e infangato di notte in una cava per ore e ore. Ho sofferto il freddo come mai in vita mia, ho totalmente sottostimato l’avvertimento di Matteo.

Secondo te qual è l’anima di questo film?

È totalmente soggettivo. Prima di tutto spero che gli spettatori lo considerino un film con un’anima, qualunque cosa voglia dire. Per quanto riguarda me e la mia esperienza non posso prescindere dai rapporti umani, dal lavoro e la fatica e i sogni di tutti noi che ci abbiamo lavorato. Quindi per me l’anima del film siamo tutti noi che ci abbiamo lavorato.

I tuoi progetti dopo Il Primo Re?

Sono in prova con uno spettacolo a cui tengo molto, che ho scritto e che sto dirigendo. Si chiama La Calma Olimpica. Partendo dalla mia esperienza sportiva e di vita racconto cosa può succedere se non si fanno i conti con il proprio passato e con quello della propria famiglia. Sto scrivendo molto negli ultimi anni, sto imparando le regole della sceneggiatura, a romperle e a dare una continuità al mio essere creativo. Ho la fortuna di aver incontrato dei mentori preziosi che mi hanno riconosciuto, aiutato e sostenuto.

Il tuo sogno?

Sarebbe interpretare un film che ho anche scritto. Sono testardo e curioso, vorrei sempre ritrovarmi nella posizione di imparare cose nuove. Sono anche paziente, so che quel momento arriverà.

Michael Schermi wearing “Freddy”

I tuoi esordi sono a teatro. Ti manca quel mondo o ti sei assuefatto anche al cinema e alla televisione?

Per me il cinema ed il teatro sono due facce della stessa medaglia, mi sono appassionato presto ad entrambe e non ho intenzione di allontanarmene, sono solo all’inizio.

La tua è una famiglia di atleti, padre, madre, addirittura gli zii. Come ha preso la famiglia il tuo voltafaccia?

Mio padre, che è stato il mio allenatore per qualche anno, non l’ha presa benissimo ma adesso posta solo foto su Facebook dei lavori che faccio. Comunque mi sento fortunato, nonostante qualche bocca storta mi hanno lasciato fare e adesso tutta la mia famiglia mi apprezza e mi sostiene.

Ti sei mai pentito della tua scelta?

No. Neanche nei momenti più difficili e ce ne sono stati davvero tanti.

Tra tanto lavoro c’è spazio anche per l’amore. Sei un papà presente per il piccolo Zeno?

Sì sono presente e Regina è una mamma incredibile. Penso che la mia generazione abbia la possibilità di affrancarsi dal passato e trovare un modo più sano di vivere l’essere genitori. Una letteratura infinita sull’argomento ci ha dato un grande sostegno. Zeno sta una bomba e mi piace proprio come persona, mi diverte starci insieme e vederlo crescere.

Photo via TT Agency

Te lo immagini da grande? Vorresti che seguisse le orme di mamma e papà?

No, non ci penso proprio. Spero di trasmettergli dei valori come la curiosità, come il sapersi ascoltare ed il saper ascoltare gli altri. Spero di dargli gli strumenti per trovarsela da solo la sua felicità, qualunque essa sia.