di Ida Papandrea

E’ uscito ufficialmente il 16 aprile il singolo della rock band capitolina, selezionato tra i sessanta finalisti di Sanremo Giovani 2019. Abbiamo voluto conoscerli meglio e ci siamo regalati un po’ di tempo in compagnia di Tommaso e Francesco, cantante e bassista della band che all’estero ha già fatto parlare di sè, con 400 date dalla Russia alla Cina, mentre in Italia esce ora dal sottobosco urdergound.

Chi c’è dietro i WakeUpCall? Raccontateci un po’ di voi, chi siete, come vi siete conosciuti, di chi è stata l’idea di formare la band?

Tommaso: Io e il chitarrista siamo fratelli, abbiamo solo un anno di differenza e fin da piccoli abbiamo sempre fatto tutto insieme. Crescendo le cose non sono cambiate. C’è sempre stata tanta musica a casa nostra, dalla classica di nostro padre ai cantautori italiani di mamma. Poi è arrivato il rock, che ci ha investito come una tempesta. A 13-14 anni avevamo già i capelli lunghi e la nostra prima rock band. Siamo partiti con una bella gavetta, ma dopo anni di concertini tremendi, la musica è cambiata: avevamo accumulato un’esperienza notevole ed era giunto il momento di fare le cose sul serio. Così nacquero i WakeUpCall.

Francesco: Anche noi come tutti i gruppi esistenti al mondo, abbiamo avuto alcuni cambi di line up nel corso degli anni perché è cosi che va. Fortunatamente ora siamo in una fase davvero molto stabile con una line-up funzionante e coesa. Un punto sicuramente a favore è che proveniamo tutti dallo stesso background e che già ci conoscevamo più o meno tutti all’interno della scena romana. Personalmente ritengo che questo aspetto sia una cosa molto bella che ancora rimane nel mondo musicale. Infatti, ricordo che un’estate di qualche anno fa Tommy mi contattò per dirmi che avevano bisogno di un nuovo bassista per delle date che si sarebbero svolte da lì a qualche mese e dopo ben sei anni, centinaia di concerti e milioni di chilometri eccoci qua, ancora insieme.

Perché scegliere di cantare in inglese? Meglio l’estero per affermarsi?

Tommaso: Quando abbiamo iniziato eravamo dei ragazzini, sognavamo di riempire lo stadio di Wembley, come i nostri idoli. Lì per lì credo non ci ponemmo neanche il problema, per noi il rock era in inglese e dovevamo suonare in tutto il mondo.

Francesco: Fare musica in inglese vuol dire per forza di cose proiettarsi verso un mercato estero con tutte gli oneri e le difficoltà, ma anche le soddisfazioni. Questo è stato sempre stato il focus principale e lo abbiamo fatto al meglio delle nostre possibilità suonando in qualsiasi posto, dando sempre il massimo e sbattendoci tantissimo per raggiungere i nostri obiettivi. Se mi chiedi un motivo vero e proprio forse non c’è. Semplicemente credo che sia una cosa che naturalmente si è evoluta in maniera coerente con i nostri ascolti e le nostre influenze.

Contrario: perché, dopo, decidere di tornare in Italia e iniziare a comporre anche nella nostra lingua?

Tommaso: Ovviamente, spinti da un giustificato ottimismo da ventenni, non avevamo calcolato alcuni problemi, come ad esempio che il mondo è abbastanza grande e per una band indipendente italiana è difficile competere con i mezzi dei big internazionali. L’idea che poi avremmo conquistato l’Italia di riflesso dopo aver conquistato il resto del mondo doveva essere un attimo ridimensionata. Iniziava a essere frustrante il fatto di riuscire a fare più concerti pagati in Russia che in Italia. E’ arrivato il momento di portare la nostra musica anche a casa nostra.

Francesco: Credo sia normale dopo anni in giro per il mondo a suonare fermarsi un attimo e fare dei bilanci. Personalmente credo che fare musica in italiano sia una sfida, un’opportunità di crescita e un modo di sperimentare qualcosa di diverso. Il fatto di veicolare i contenuti della nostra musica con la lingua madre credo che abbia molti lati positivi e credo che ci permetterà di raggiungere con più efficacia i nostri ascoltatori.

Siamo in un momento storico più che mai difficile per la musica, soprattutto dal vivo. Avete in programma di ovviare in qualche modo all’impossibilità di fare tour dal vivo al momento?

Tommaso: Questi due mesi abbiamo perso diverse date, sia in Italia, che all’estero. Date che sarà difficile recuperare, non abbiamo il management dei big della musica che possono spostare tutto un tour intero di un anno, senza problemi. Una band come la nostra si sposta a piccoli passi. Per il momento siamo comunque contenti di stare tutti bene. Abbiamo fatto alcuni concerti live streaming sui social da casa, in acustico, soprattutto per le iniziative di beneficenza. E’ una cosa carina, intrattieni le persone chiuse in casa; certo non è la stessa cosa come suonare su un palco, tutti e quattro insieme, davanti a un pubblico in carne e ossa. Tutta un’altra storia. E ci auguriamo di poter tornare a fare quello che sappiamo fare meglio, il prima possibile.

In che modo pensate che questo periodo storico potrà incidere sul futuro della musica?

Francesco: Le prospettive al momento non sono le più rosee ed è difficile fare una proiezione che non sia a breve a termine. La situazione per le giovani band come noi aveva già alcune grosse complicazioni di base e sicuramente la situazione si aggraverà oltremodo. Ci saranno degli strascichi importanti, è inevitabile. Qui si parla della sopravvivenza di un intero settore e sono cose che purtroppo non possiamo controllare nè tantomeno prevedere. Speriamo che una volta passato questo periodo si possa ripartire con uno slancio positivo per il futuro e con tanta voglia di musica dal vivo.

Se non avessi fatto il musicista…

Tommaso: Ero abbastanza bravino come calciatore, prima di lasciare quel mondo. Ma se avessi mille vite anche agente segreto, pirata, gigolò, assaggiatore di vini, assistente personale e allievo di Woody Allen

Francesco: Non lo sono, infatti conduco una doppia vita di cui una è segreta.

L’artista che più ammirate e quello a cui vi ispirate?

Tommaso: Il mio primo amore e più grande amore è stato Bon Jovi.

Francesco: Ogni artista che abbia spessore, che abbia qualcosa da dire al di là di genere ed epoca. La musica è una missione.

Ecco la Playlist Spotify dei WakeUpCall per Entertainment Illustrated:

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