di Maria Lucia Tangorra

Il cinguettio degli uccelli, il muggire delle vacche e il ronzio delle zanzare ci trasportano idealmente in quella che sappiamo essere l’ambientazione del testo checoviano: la campagna. Al contempo però, la scena (curata da Renátó Cseh) ci suggerisce ben altro, rivelando la rilettura più contemporanea e anche i vari piani metaforici che si coglieranno man mano che si dipana lo spettacolo. La giovane regista ungherese Kriszta Székely propone una lettura davvero interessante di “Zio Vanja”, non solo perché, pur intervento con tagli e modifiche sul copione originale, non ne ha tradito lo spirito (la struttura drammaturgica e la maggior parte delle battute sono fedeli, così come torna come un leitmotiv il “tira e molla” su aspettare e andare), ma al contempo ha trovato una chiave di messa in scena in grado di risaltare la straordinaria capacità di scandagliamentodella condizione umana propria di Anton Čechov.

Foto di Andrea Macchia

Lo spettatore si ritrova a essere come un entomologo che osserva dall’esterno una “Gabbia di esseri umani” – noi – con la lente di ingrandimento del teatro e di quei pannelli (effetto serra) che ora riflettono (complice anche il gioco di luci di Pasquale Mari), ora creano delle sfocature, quasi a suggerire cosa avviene all’interno del nostro animo. In più, in certi attimi, gli interpreti si pongono frontali al pubblico, speculari (per un istante sembra anche di assistere allo split screen cinematografico), quasi a volersi far osservare e chissà se ci chiedono di cogliere quello che loro non riescono ancora a dire a se stessi.

Foto di Andrea Macchia

«Zio Vanja” è il testo più satirico di Čechov, una commedia che può far stringere il cuore. I personaggi, come gli abitanti di un microcosmo chiuso in una serra, illudono se stessi e gli altri con mutue bugie, mentre i loro nervi pian piano si consumano nel soffocante calore estivo. Sono pervasi da grandi sentimenti, passioni d’amore e piani per cambiare il mondo, ma non sono capaci di viverli e lasciano passare la vita senza esserne partecipi. Lo spazio dei desideri è occupato dalla meschinità spietata del quotidiano e dalla memoria delle occasioni perdute […]. L’adattamento e lo spettacolo indagano questo modo di essere nella realtà odierna: come l’uomo contemporaneo cerca di fuggire dai grandi sentimenti e dai grandi compiti pur desiderandoli e come sia incapace di agire, pur cosciente che il mondo che lo circonda sta cadendo a pezzi.» (Dalle note di Kriszta Székely, la quale ha curato l’adattamento insieme a Ármin Szabó-Székely; traduzione italiana di Tamara Török curata da Emanuele Aldrovandi).

Foto di Andrea Macchia

Questa versione, interpretata ottimamente da Ivano Marescotti (Serebrjakov), Ariella Reggio (Maria Vassiljeva, madre di Vanja), Federica Fabiani (la balia Marina), Franco Ravera (il proprietario terriero impoverito Teleghin), Beatrice Vecchione (Sonia, nipote di Vanja), su cui spiccano Paolo Pierobon (un Vanja iracondo, frustrato e parallelamente sognatore), Ivan Alovisio (un Astrov che fa a pugni con le disillusioni e “cacciatore”) e Lucrezia Guidone (una Jelena non canonica rispetto a quelle proposte fino ad ora), respira di silenzi – dando letteralmente spazio al non detto finché non scoppia – e di sguardi sia tra i personaggi-persone sia del pubblico che ne viene attratto, seguendo con gli occhi mentre uno di loro sta uscendo di scena e magari ha appena catturato l’attenzione.

Foto di Andrea Macchia

Tra gli elementi di ‘aggiornamento’ rimarchiamo la scelta di trasformare Serebrjakov in un regista che dà vita a film come “La farfalla morta vola via” (nell’opera di partenza è un professore), il quale non ha fatto fortuna nella propria carriera, ma, proprio come avviene nell’originale, viene ‘venerato’ da tutti tranne che da Vanja (citiamo giusto una battuta «ha realizzato un film sperimentale inguardabile. Si riempie la bocca di arte quando non ha la minima idea di cosa sia»). Prendendo spunto da una lungimiranza espressa dall’autore russo con il discorso sul disboscamento e sull’ambiente, qui viene ulteriormente approfondito e calibrato sui dati odierni (accennando anche al riscaldamento globale).

Zio Vanja” della Székely gioca con uno dei tratti insito nel testo – l’ironia – oltre a essere volutamente molto fisico, ora con eleganza (vedi la scena, ad esempio, tra Jelena e Astrov che non scade mai nella volgarità, ma ben rende il desiderio carnale scaturito verso la «bella lince» e la conseguente censura), ora con la rabbia che proviene dal profondo, sopitasi nel tempo, che scoppia in Vanja come se fosse un animale in gabbia (o citando testualmente «due galli nello stesso pollaio» riferendosi a Serebrjakov). Eppure, anche in questo caso, torna l’incapacità di fare fino in fondo qualcosa.

Foto di Andrea Macchia

Immaginiamo che tra le decisioni registiche rientri quella di non enfatizzare il pathos, le battute arrivano dritte, ancor più perché dette in quella “Ampolla” amplificatrice e in questa prospettiva. Il noto monologo di Sonia, non esaltato dalle luci, ma pronunciato come se fossero parole quotidiane (certo pesate) arriva come una doccia fredda, da cui ci si rialza o in un modo o all’opposto. Un accento ulteriore di finezza è da porre sui momenti in cui Vanja sceglie di chiudere le porte della “Serra” e sull’impatto del “Cortocircuito” su chi è in scena e su di noi, ma non vogliamo rivelarvi altro augurandoci che questa produzione del Teatro Stabile di Torino vada in tournée nei teatri italiani nella stagione 2020-2021.

Dopo il debutto nazionale al Carignano (dal 7 al 26 gennaio 2020), la pièce è stata in cartellone il 29 e il 30 gennaio 2020 al Teatro Katona József Színház di Budapest.

«Lei dice che hanno pianto sulle mie opere. E non soltanto Lei lo dice. Ma io non le ho scritte per far piangere la gente. Io volevo una cosa completamente diversa. Volevo soltanto dire onestamente alla gente: “dovete capire in che modo noioso e terribile vivete!” Cosa c’è da piangere su questo?» asseriva il drammaturgo russo a proposito di “Zio Vanja” e questa rappresentazione fa tornare in mente le sue riflessioni/provocazioni.