Venerdì 8 novembre, a partire dalle 19:30, lo Spazio Campania di Milano sito in Piazza Fontana – nei pressi del Duomo di Milano, cuore del cuore della città – ospiterà un evento imperdibile: un salotto culturale incentrato sulla presentazione del romanzo “L’estetica del Decanter” (Edizioni Il Papavero, 2019), l’opera prima del curatore e critico d’arte Luca Cantore D’Amore – che ha già registrato un successo di critica e di pubblico – e sulla conferenza “Da Nord a Sud, la cultura che si muove”.

 

L’evento, promosso dalla Regione Campania e da Unioncamere Campania, con l’appoggio fisico e morale di Sviluppo Campania, ed organizzato da Alessandro Erra, gallerista e proprietario della 7ettanta6ei Gallery di Milano, risponde perfettamente alla volontà di valorizzazione culturale alla quale lo Spazio Campania si sottopone. La presentazione del libro e il dibattito culturale sulla territorialità e sullo stato della cultura da Nord a Sud in Italia, tenuta dai relatori e dall’autore, hanno l’intento di sensibilizzare il pubblico e l’opinione degli ospiti su temi attinenti la territorialità, la valorizzazione del patrimonio culturale, artigianale, paesaggistico e l’esaltazione delle tipicità e delle eccellenze dei luoghi campani ed italiani in generale, con un costante sottofondo di “Made in Italy”.

 

L'Estetica del Decanter

 

Lo spettacolo, con la partecipazione – oltre che dell’autore del romanzo – del professore e storico dell’arte Philippe Daverio, prevede la presentazione del libro “L’estetica del Decanter” con lo scopo di far conoscere al pubblico un testo in cui ogni essere umano può rispecchiarsi e ritrovarsi. In esso la vita, da tutti vissuta, viene esaltata nella sacralizzazione di eventi ordinari, come una partita di calcio o una corsa sotto la neve: da sempre stupore semplice ma profondo per l’uomo, nonché costante e poetica presenza in tutta la narrazione.

 

Ironia, aneddoti, emozioni, riflessioni, ricordi, nostalgia: c’è tutto questo e moltissimo altro nel romanzo di Luca Cantore D’Amore che, prima che il suo, è in effetti il romanzo di ognuno di noi. Come le opere d’arte ben riuscite, esso appartiene alla comunità, al pubblico, al lettore. Attraverso le parole con le quali si racconta, in un rapporto speciale con la scrittura, l’autore ci permette di entrare nella storia in maniera piena e soddisfacente, con estrema delicatezza e grande maestria narrativa.

 

Luca Cantore d'Amore

 

È così che ciascun episodio di ciascun capitolo porta con sé una riflessione sulla bellezza e sulla semplicità delle cose le quali, proprio nelle loro forme espressive più pure, permettono di fissare in eterno esistenze solo all’apparenza effimere. Proprio come per un decanter, un oggetto elegante per le sue forme ma privo di una effettiva utilità, ci innamoriamo del bello formale tralasciando la sostanza. Una metafora, racchiusa nel titolo enigmatico del romanzo, che sottolinea come ci si innamori della forma delle cose, trascurandone la sostanza, quando ci si affaccia al mondo degli oggetti. Ma che, allo stesso tempo, evidenzia anche come nei rapporti tra gli uomini accada completamente l’opposto: ci si innamora della sostanza, prima ancora della forma.

 

Sullo sfondo di paesaggi a noi familiari, l’autore racconta scene di vita vissuta con uno sguardo così ravvicinato che ci sembra quasi di conoscerlo da sempre. Attraverso la lettura del romanzo riusciamo a vivere possibilità tutte nuove, diventiamo i protagonisti della storia che leggiamo, provando emozioni che invece, fuori dal libro, non sempre ci concediamo, scoprendole dentro di noi.

 

È così che, leggendo il romanzo, non solo scopriamo molto dell’autore, ma anche di noi stessi attraverso mille occhi diversi che sono, in fondo, sempre gli stessi: i nostri.

 

Luca Cantore D'Amore

 

Scopriamo qualcosa in più sull’autore:

 

  • Molte delle storie presenti nel tuo romanzo sono ambientate a Napoli/Salerno, o comunque nella tua regione di provenienza. Qual è il tuo rapporto con la tua città/terra? Quanto contano per te le radici?

 

Volessimo mai citare Paolo Sorrentino nel film “La Grande Bellezza”, nel dialogo tra il protagonista Jep Gambardella e la Santa, quest’ultima afferma che le radici sono importanti, ed è per questo motivo che le mangia. Le radici sono intese naturalmente nel film come ingrediente primitivo della nutrizione umana, ma anche quale sentimento primordiale che ci aggredisce nel momento in cui noi pensiamo alle nostre origini.

È importantissimo saper distinguere l’originale dall’originario: noi, per diventare qualcosa di originale, dobbiamo assolutamente passare per il pensiero dell’originario. Un pensiero che si ricollega a ciò che afferma Novalis quando in una sua poesia rammenta: “Sto sempre andando a casa. Sempre alla casa di mio padre”. Ecco, le radici sono importanti perché, in qualche modo, ovunque noi arriviamo nella vita, non facciamo altro che arrivare in fondo a noi stessi, laddove per “noi stessi” si intende la fuoriuscita della nostra vera natura.

Nello specifico, provengo da una città come Salerno che, tra gli ottomila comuni italiani, appartiene a quelle poche realtà che intrecciano la propria dimensione tra la difficoltà della metropoli e la semplicità del paese; dunque, in questa dicotomia, esiste anche quella del libro, ovvero la difficoltà di integrarsi in una metropoli o in una città.

 

 

  • Perché hai cominciato a scrivere? C’è una immagine nella tua memoria che si ricollega al momento in cui hai deciso di voler scrivere questo romanzo?

 

Sebbene sia difficile ammetterlo, ho iniziato a scrivere per motivo di “ego”. Le opere d’arte, siano essere letterarie o pittoriche poco importa, tendenzialmente prendono vita per due motivi: per fare bene agli altri o per fare bene a noi stessi. Non nascondo che, inizialmente, ho scritto questo romanzo per me stesso, per una mia necessità. Da una mia esclusiva necessità si è poi trasformato in un “mandare un messaggio agli altri”, che spero sia stato raccolto. In particolar modo, c’è una immagine in cui mi riconosco: quella che mi vede di ritorno da una baita sulla neve con gli amici, quando improvvisamente ho preso il telefono ed ho iniziato a scrivere. Insomma, un qualcosa dalla semplicità disarmante, come mi auguro che questo libro sia.

 

  • Nel romanzo riesci ad unire storie di vita vissuta, quasi da renderlo “autobiografico”, a profonde riflessioni sull’esistenza che sono invece universali. Come sei riuscito a risolvere questa apparente dicotomia?

 

Semplicemente perché non si tratta di una dicotomia: ciò che ci appare durante la vita come un qualcosa che attanagli, che addolori, che raccapricci e che renda felici noi stessi in realtà, con una visione d’insieme un po’ più ampia e con una profondità di pensiero più intensa, fa parte del disegno di ognuno di noi. Gli stessi nostri enigmi, sentimenti e domande che possono sembrare solo le mie, in realtà sono di tutti.

 

  • Ogni capitolo del romanzo corrisponde ad un “macro aneddoto” memorabile della tua vita. Quale, tra questi, ha segnato maggiormente la tua esperienza da studioso-conoscitore?

 

Sicuramente il quinto capitolo, quello del “dibattito alcolico” tra i due amici ad Oslo, in cui mi addentro in quello che si potrebbe intitolare “poche parole sull’universo”, poiché ho tentato di affrontare tutta la materia informe che ha a che fare con il design, l’architettura, la pittura, la poesia, attraverso semplici parole, che sono semplici ma non per questo superficiali. Quindi, il quinto capitolo è ciò che, maggiormente, ha a che fare con l’estetica.

 

  • Tra tutte le persone illustri che citi nel romanzo (e sono davvero tante, tra letterati, poeti, artisti, storici dell’arte), a chi di loro devi di più? In che misura questi incontri hanno influito nella tua poetica?

 

Tutti gli incontri, e non soltanto quelli con i personaggi illustri, hanno influito sulla mia poetica. Ho provato e ho tentato di imparare qualcosa anche dalla tenerezza e dalla puntualità di un rider di Deliveroo in bicicletta. Semplicemente osservando gli altri – poco importa che questi altri siano senatori a vita o mendicanti – si può imparare qualcosa su noi stessi. È chiaro che tutti i “personaggi illustri” sono illustri in quanto “illustremente colti” e quindi probabilmente, a livello qualitativo, hanno da insegnarci qualcosa in più e qualora la persona che assorbe riesca ad essere una “sana spugna” riesce a formare la propria personalità con una qualità più alta.

Ma non è escluso che girando l’angolo, anche semplicemente guardando un barbone o una coppietta di innamorati che si bacia in strada, possiamo imbatterci in qualcosa che ci possa rendere una persona diversa da prima. Non migliore, non peggiore, ma sicuramente diversa.

 

Locandina

Informazioni sull’evento

Spazio Campania

Piazza Fontana, Milano

Ore 19:30 Saluti di benvenuto

Ore 20:00 Presentazione del libro “L’Estetica del Decanter” di Luca Cantore D’Amore con Philippe Daverio

Ore 20:30 Salotto culturale “Da Nord a Sud, la cultura che si muove” con Philippe Daverio e Luca Cantore D’Amore

Ore 21:00 Cocktail finale a cura del catering “Kazan Sushi Milano” e firmacopie dell’autore

 

 

 

Annamaria Sarà